Natività nell’arte: indagine iconologica. (PARTE 1)

La Natività di Gesù è stata uno dei temi principali dell’arte cristiana, a partire dal IV secolo.

Natività - Sarcofago di Adelfia (Siracusa 330 d.C.)
Natività – Sarcofago di Adelfia (Siracusa 330 d.C.)

Il resoconto biblico più dettagliato della nascita di Gesù si trova nel Vangelo di Luca (2:7-9), in cui si riporta che Maria “Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce.

Le prime rappresentazioni pittoriche della Natività di Gesù provengono dai sarcofagi di Roma e della Gallia meridionale, intorno al IV secolo. Appaiono già nelle catacombe di Roma, dove i primi cristiani seppellivano i loro morti, decorando spesso le pareti dei passaggi sotterranei e delle volte con dipinti a tema religioso.

 

Natività Catacombe Priscilla Roma IV sec
Natività – Catacombe Priscilla (Roma)

Le prime rappresentazioni della Natività sono molto semplici, con Gesù avvolto in panni felpati, di solito un pezzo quadrato di stoffa perfettamente avvolto con bende. Nelle raffigurazioni medievali e rinascimentali, tuttavia, il bambino viene spesso mostrato poco vestito o totalmente nudo, mentre il suo corpo irradia una luce sovrannaturale. Ciò è coerente non con il racconto biblico, bensì con la visione mistica della Natività avuta da Santa Brigida di Svezia (1303-73), una mistica molto conosciuta ai suoi tempi, che ha pesantemente influenzato l’iconografia coeva e successiva, come vedremo in seguito.

Ella infatti sosteneva di aver visto “il bambino glorioso che giace sulla terra, nudo e luminoso” (Revelationes Coelestes: Libro 7, Capitolo 21). Molte raffigurazioni riducevano infatti altre fonti di luce nella scena per enfatizzare questo effetto, e la Natività rimase molto comunemente trattata con il chiaroscuro fino al periodo barocco.

Natività di notte - Geertgen tot Sint Jans, c. 1490
Natività di notte – Geertgen tot Sint Jans, c. 1490

La mangiatoia è un trogolo per nutrire gli animali, essenzialmente vasche, scolpite nella pietra o costruite in muratura. Tuttavia, i presepi moderni esibiscono un’ampia varietà di stili di mangiatoia, a seconda delle abitudini regionali o della preferenza dell’artista. Di solito è di legno, riempita di fieno e posta a terra.

Con le teste chinate sulla mangiatoia, il bue e l’asino sono quasi sempre presenti nelle scene della Natività, anche quando Maria o qualsiasi altro essere umano non lo è, sebbene non siano mai menzionati nel Nuovo Testamento.

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Natività – Sarcofago di Stilicone IV sec. (Milano)

Questi animali sono citati invece nel Vangelo apocrifo di Pseudo-Matteo (14:1), che li interpreta come il compimento di una profezia dell’Antico Testamento. Secondo Pseudo-Matteo, dopo essere entrata nella stalla, Maria mise il bambino in una mangiatoia e “un bue e un asino lo adorarono“. Allora si adempì ciò che fu detto dal profeta Isaia: “Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non discerne” (Isaia 1:3). I primi teologi cristiani trovarono quindi un significato allegorico della presenza del bue e dell’asino nella Natività. Infatti, essi furono considerati da Agostino, Ambrogio e altri patriarchi come rappresentanti del popolo ebraico (il bue), oppressi dalla Legge, e dei popoli pagani (l’asino), che portano il peccato dell’idolatria. Cristo sarebbe quindi giunto a liberare entrambi dai loro fardelli.

Tradizionalmente, siamo portati a immaginare che Gesù sia nato in una stalla. In realtà, il Nuovo Testamento non menziona mai questo luogo: Luca (2:7-9) racconta semplicemente che Maria lo pose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nella locanda. I primi cristiani rappresentarono infatti la mangiatoia in una grotta. La Chiesa della Natività, che risale al IV secolo, fu costruita su una grotta di Betlemme, dove si credeva  appunto che avesse avuto luogo la nascita. Anche il Vangelo apocrifo dell’infanzia di Giacomo (capitolo 18) colloca la Natività in una grotta, mentre il Vangelo di Pseudo-Matteo combina i due luoghi, spiegando che il terzo giorno dopo la nascita “Maria uscì dalla grotta e, entrando in una stalla, mise il bambino nella mangiatoia“(capitolo 14).

Nell’arte paleocristiana, la grotta era ancora l’ambientazione preferita per le scene della Natività, e continua ad essere così presso la Chiesa cristiana orientale. L’iconografia orientale colloca il Bambino appena nato all’imboccatura di una profonda grotta, a simboleggiare la sua discesa nella profondità della condizione umana.

Natività - Antoniazzo Romano XV sec.
Natività – Antoniazzo Romano XV sec.

L’iconografia dell’episodio evangelico, formulata probabilmente nella Palestina del VI secolo, impostò le forme essenziali delle rappresentazioni ortodosse orientali fino ai giorni nostri: L’ambiente è una grotta – o meglio, la specifica Grotta della Natività a Betlemme. Al di sopra di essa, si innalza una montagna. Maria è rappresentata a riposo, su un grande cuscino imbottito o divano (“kline” in greco) accanto al bambino, posto su una struttura rialzata, mentre Giuseppe appoggia la testa su una mano. Egli è spesso parte di una scena separata in primo piano, dove Gesù viene lavato dalle ostetriche (Gesù è quindi mostrato due volte, un espediente dell’arte arcaica molto utilizzato, condensare in una sola rappresentazione più episodi di una storia, ripetendo così gli stessi personaggi più volte). Nonostante le condizioni non ideali in cui si trovano, Maria sta rispettando il periodo di riposo forzato prescritto dopo il parto.

Natività-Cappella Palatina (Palermo)
Natività-Cappella Palatina (Palermo)

L’ostetrica o le ostetriche presenti nelle rappresentazioni di questo tipo provengono da fonti apocrife; con loro solitamente c’è anche Salome, la levatrice incredula protagonista di un curioso episodio dell’apocrifo protovangelo di Giacomo, rappresentato però molto raramente nell’arte:

Salomè "testa" la verginità di Maria - Trono di Massimiano (Ravenna)
Salome “testa” la verginità di Maria – Trono di Massimiano (Ravenna)

Uscita dalla grotta, l’ostetrica si incontrò con Salome, e le disse: “Salome, Salome! Ho un miracolo inaudito da raccontarti: una vergine ha partorito, ciò di cui non è capace la sua natura”. Rispose Salome: “(Come è vero che) vive il Signore, se non ci metto il dito e non esamino la sua natura, non crederò mai che una vergine abbia partorito.
Entrò l’ostetrica e disse a Maria: “Mettiti bene. Attorno a te, c’è, infatti, un non lieve contrasto”. Salome mise il suo dito nella natura di lei, e mandò un grido, dicendo: “Guai alla mia iniquità e alla mia incredulità, perché ho tentato il Dio vivo ed ecco che ora la mia mano si stacca da me, bruciata”. E piegò le ginocchia davanti al Signore, dicendo: “Dio dei miei padri, ricordati di me che sono stirpe di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Non fare di me un esempio per i figli di Israele, ma rendimi ai poveri. Tu, Padrone, sai, infatti, che nel tuo nome io compivo le mie cure, e la mia ricompensa la ricevevo da te”. Ed ecco apparirle un angelo del Signore, dicendole: “Salome, Salome! Il Signore ti ha esaudito: accosta la tua mano al bambino e prendilo su, e te ne verrà salute e gioia”. Salome si avvicinò e lo prese su, dicendo: “Lo Adorerò perché a Israele è nato un grande re”. E subito Salome fu guarita e uscì dalla grotta giustificata.

L’iconografia ortodossa della Natività utilizza un certo immaginario parallelo a quello dell’epitaphios, un’icona, spesso un grande panno, ricamato e ornato, utilizzato durante la Liturgia del Venerdì Santo e Sabato Santo nelle Chiese orientali ortodosse e nelle Chiese orientali cattoliche che seguono il rito bizantino. Esiste anche in forma dipinta o mosaico, su parete o pannello, e ritrae una scena tratta dal Vangelo di Giovanni (19:38-42): Cristo dopo che è stato levato dalla croce, supino, mentre si sta preparando il suo corpo per la sepoltura.

Epitaphion
Epitaphion
Natività - Icona Bizantina
Natività – Icona Bizantina

Questo parallelismo è intenzionale, a sottolineare il concetto teologico secondo cui lo scopo della nascita, e quindi dell’Incarnazione di Cristo, è di rendere possibile la crocifissione e la risurrezione. Il Bambino è quindi avvolto in fasce che ricordano il sudario, ed è spesso sdraiato su una pietra, raffigurante la Tomba, piuttosto che nella mangiatoia. La Grotta della Natività è anche un richiamo alla grotta in cui fu sepolto. Anche la posizione e le vesti della Vergine sono spesso molto simili.

L’Occidente adottò molti degli elementi iconografici bizantini, ma preferì contestualizzare l’episodio all’interno di una stalla piuttosto che in una grotta, sebbene nella Predella della sua famosa Maestà, Duccio, senese dalla forte influenza bizantina, tentasse un fantasioso connubio di entrambe.

Natività (Predella Maestà) - Duccio di Buoninsegna
Natività (Predella Maestà) – Duccio di Buoninsegna

Nella prima pittura fiamminga, a sostituzione della stalla, si adottò un elaborato tempio in rovina, inizialmente di stile romanico, che rappresentava lo stato fatiscente dell’antica alleanza della legge ebraica. 

Hugo van der Goes, Portinari Altarpiece (c.1475)
Portinari Altarpiece – Hugo van der Goes (c.1475)

Nelle opere italiane l’architettura di tali templi divenne classica, riflettendo il crescente interesse per il mondo antico. Un altro riferimento fatto da questi templi era la leggenda, riportata da Jacopo da Varagine (Leggenda aurea), che nella notte della nascita di Cristo la Basilica di Massenzio a Roma, che ospitava una statua di Romolo, in parte crollò, lasciando le imponenti rovine che sopravvivono oggi.

Natività - Francesco di Giorgio Martini (1460)
Natività – Francesco di Giorgio Martini (1460)

Le ostetriche permangono dove l’influenza bizantina è forte, specialmente in Italia (come in Giotto).

Natività – Giotto XIV sec. (San Francesco – Assisi)

Altrove, abbandonarono gradualmente le rappresentazioni occidentali, poiché i teologi latini disapprovavano le leggende ad esse connesse; a volte la scena del lavaggio è presente, ma è Maria stessa che fa il bagno al figlio.

Inizialmente, Maria non era sempre presente nella rappresentazione della natività, ma era per lo più fissa nella raffigurazione dell’Adorazione dei Magi. Dalla fine del V secolo però (dopo il Concilio di Efeso), la Vergine diventa una figura stabile della scena.

Natività - Giotto (Scrovegni, Padova) XIV sec.
Natività – Giotto (Scrovegni, Padova) XIV sec.

I racconti biblici di Matteo e Luca chiariscono che Gesù nacque miracolosamente da una vergine, e “la vergine si chiamava Maria” (Luca 1:27). Luca riporta che Maria era presente con il bambino durante la visita dei pastori (2:16), e Matteo dice che quando arrivarono i Magi “videro il bambino con Maria sua madre” (2 :11). La Bibbia fornisce pochissime informazioni sul passato di Maria, mentre la Vergine figura massicciamente negli Apocrifi del Nuovo Testamento.

Per i primi mille anni di arte cristiana venne di solito raffigurata sdraiata (secondo gli stilemi iconografici orientali), in una posa molto naturale per una donna che ha appena partorito.  

Ciò inizia a cambiare nell’arte occidentale nel corso del XIV secolo, e dalla fine del XV Maria viene normalmente rappresentata in ginocchio, con le mani giunte, mentre prega rivolta al suo Bambino. Giuseppe e i pastori spesso si inginocchiano con lei.

Adorazione del Bambino (Natività) - P. Perugino

La posa inginocchiata di Maria, con le mani giunte in preghiera, riflette l’influenza di certi scritti francescani e anche le già citate visioni mistiche di Santa Brigida.

Nello specifico, l’iconografia della natività in Europa settentrionale nel tardo Medioevo fu profondamente influenzata dalla visione di Santa Brigida. Molti dettagli, come la singola candela “attaccata al muro” e la presenza di Dio Padre al di sopra della scena, provengono proprio dalla visione di Brigida:

… la vergine si inginocchiò con grande venerazione in atteggiamento di preghiera, con la schiena girata verso la mangiatoia … E mentre lei stava così in preghiera, vidi il bambino nel suo grembo muoversi e improvvisamente in un momento diede alla luce suo figlio, dal quale irradiava una luce e uno splendore così ineffabili, che il sole non era paragonabile ad esso, né la candela che san Giuseppe aveva messo lì, dava alcuna luce, la luce divina annientava completamente la luce materiale della candela … Vidi il bambino glorioso steso a terra nudo e splendente. Il suo corpo era puro da ogni tipo di terreno e impurità. Poi ho sentito anche il canto degli angeli, che era di miracolosa dolcezza e di grande bellezza…

Niccolò di Tommaso – Visione di S.Brigida
Niccolò di Tommaso – Visione di S.Brigida

Dopo ciò, la Vergine si inginocchia per pregare il suo Bambino, con San Giuseppe, e questa scena (nota come “Adorazione di Cristo” o “del Bambino”) diventa una delle raffigurazioni più comuni nel XV secolo in Occidente, sostituendo in gran parte la Vergine distesa. Le versioni di questa descrizione si trovano già nel 1300, molto prima della visione di Brigida, e hanno un’origine francescana. Nei presepi ormai predomina quasi totalmente la posa inginocchiata di Maria, con le mani giunte in preghiera o incrociate sul petto.

Il colore dei suoi abiti è frequentemente azzurro chiaro; tuttavia, non solo insoliti anche rosso, bianco e altri colori.

Resta connesso per la seconda parte, San Giuseppe, i pastori e i Re Magi…

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