Architettura rupestre indiana: la magia di Ajanta

Nella regione indiana del Maharashtra, tra il II secolo a.C. e il V d.C., si sviluppò il grande complesso monastico buddhista di Ajanta, sul fianco di una collina rocciosa affacciata sul letto del torrente Waghora. Tradizionalmente consacrato ad un Naga, divinità metà uomo e metà serpente, questo luogo fu scelto dai monaci buddhisti come ritiro durante la stagione dei Monsoni, quando non era possibile condurre una vita nomade. Sovrani, ministri e tutta la ricca fascia della popolazione indiana, sperava di acquisire meriti spirituali tramite generose offerte ai religiosi. Ciò rese possibile la realizzazione dei capolavori artistici che contraddistinguono il sito in questione.

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Composto da una trentina di grotte, quelle più antiche appartengono al gruppo centrale: semplici e lineari, inizialmente non custodivano alcuna raffigurazione antropomorfa dell’Illuminato, anche se in alcune vennero aggiunte in un secondo momento. Queste grotte corrispondono alla fase Hinayana (del Piccolo Veicolo) di Ajanta. La fase più florida del sito corrisponde però al V secolo d.C., ossia al periodo Mahayana (Grande Veicolo), quando la regione era dominata dalla dinastia Vakataka, unita per vincoli matrimoniali agli imperatori Gupta.

Gli ambienti scavati nella roccia possono essere di due tipi: chaityagriha e vihara. Il chaityagriha, letteralmente “casa del chaitya”, parola che equivale a stupa (ed infatti uno di questi tumuli buddhisti era situato in fondo alla sala e costituiva oggetto di devozione), è un ambiente di pianta absidale, con due file di colonne a suddividerlo in tre navate, di cui la centrale con proporzioni maggiori. Percorrendo l’abside il devoto poteva compiere la circumambulazione rituale, tenendo rivolto verso lo stupa il fianco destro.

La residenza dei monaci è invece chiamata vihara (il monastero) e il loro numero è ovviamente superiore a quello delle sale di culto. Da un punto di vista strutturale, il vihara è costituito da un porticato, attraverso il quale si entra in una sala quadrangolare, costellata da piccoli ambienti (le celle dei monaci). Questa semplice forma si arricchirà, nel corso del tempo: ci sono infatti esemplari muniti di colonnati o composti anche da due o tre piani e impreziositi da statue del Buddha.

Uno dei più antichi esempi giuntoci in buone condizioni, risale al I sec. a. C. ed è situato a Bhaja, nel Maharashtra. Qui la decorazione è concentrata soprattutto all’esterno, intorno all’ingresso, caratterizzato da un arco, prolungato all’interno dalla volta a botte della navata, e ornato da costoloni in legno (inutili da un punto di vista strutturale, essendo una costruzione scavata nella roccia). Sulla facciata esterna la scultura imita un palazzo vero e proprio, con finestre ad arco con grate, balconi, ad incorniciare i volti di personaggi che sembrano affacciarsi ad ammirare il panorama.

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Il vihara più importante, il numero 19, conserva ancora due enigmatici rilievi: secondo l’interpretazione tradizionale rappresenterebbero Surya (dio Sole) e Indra (il re vedico degli dei), che però in ambiente buddhista risultano piuttosto fuori luogo.

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Ben presto questa austerità venne superata, e già agli inizi del II sec. d.C. possiamo ammirare la ricchezza spettacolare del chaityagriha di Karla. La facciata è preceduta da un ampio vestibolo, entrambi impreziositi da rilievi che riproducono forme architettoniche, immagini beneauguranti di coppie accanto agli ingressi e elefanti a grandezza naturale che sembrano sostenere la struttura. Le statue di Buddha e dei Bodhisattva sono un’aggiunta del V sec. d.C.

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All’interno la sensazione di maestosità è dovuta alla fitta teoria di colonne, dalle forme eleganti e dai capitelli finemente scolpiti (coppie su elefanti, simbolo beneaugurante).

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L’esempio più prezioso dell’architettura rupestre però, come precedentemente detto, è costituito senza dubbio dalle grotte di Ajanta. Le grotte 19 e 26 sono tra i gioielli in assoluto più preziosi dell’arte buddhista. Entrambe con pianta absidale e interni solenni, sono caratterizzate da un fitto colonnato, i cui capitelli e il fregio che le sovrasta sono arricchiti da una pregevolissima scultura. Lo stupa è arricchito dall’immagine del Buddha. La grotta 19 ha una facciata molto ben conservata, con elegante portico e nicchie scolpite, mentre la grotta 26 è nota per i rilievi dei corridoi laterali, soprattutto quello che rappresenta l’Illuminato disteso sul fianco destro, colto nel momento del “parinirvana”, la totale estinzione, avvenuta con la sua morte fisica.

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Ma, a rendere questo complesso unico nel suo genere, è la pittura murale, che permette di seguire l’evoluzione di questa forma d’arte dal II-I sec. a.C al VII sec. d.C. Alcuni vihara conservano la maggior parte delle testimonianze che si posseggono sulla pittura indiana antica. Sono opere molto vaste, il cui principale soggetto è rappresentato dalle storie del Buddha e dai Jataka, ossia le cronache delle sue precedenti incarnazioni. Ci si trova di fronte ad immagini  affollate, caratterizzate da un tratto morbido e fluido. Le storie sono raccontate secondo un complesso espediente narrativo, raggruppando gli eventi accaduti nello stesso luogo.

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La tecnica di pittura prevedeva una base secca, composta da uno strato di fango misto a fibre vegetali, con cui era coperta la pietra e su cui era applicato un sottile strato di intonaco. Una volta asciutto, con il cinabro venivano tracciati i contorni delle figure, successivamente colorate con un pennello di peli. I pigmenti erano tutti di derivazione minerale e tratti da pietre locali, come il rosso-ocra, giallo-ocra, nerofumo, bianco e verde, ma mai l’oro: le aureole infatti erano rese con un misto di giallo e verde.

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Discorso a parte per l’azzurro, che non era autoctono, ma era il prezioso (e costoso) lapislazzuli di importazione. Ciò, insieme al contesto sfarzoso di queste pitture, nonché alla presenza, all’interno delle rappresentazioni, di pellegrini evidentemente di razze diverse, attesta il periodo di forte espansionismo dei sovrani Vakataka, con conseguente impulso di commerci e traffici con Paesi lontani.

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Il legante sembra essere un misto di colla animale e vegetale.  Alla fine i contorni erano nuovamente evidenziati e il dipinto lucidato con agata o dente di elefante.

La figura rappresentata tenta di librarsi nelle tre dimensioni, attraverso il rilievo e il chiaroscuro, che suggeriscono anche un senso di tensione o di quiete, a seconda dell’uso che se ne fa. La dimensione dei personaggi non è casuale, ma segue precise regole: il Bodhisattva ad esempio doveva essere di 9 tala, ossia la misura, (23 cm circa o un palmo) ottenuta calcolando l’estensione del viso, dall’attaccatura dei capelli al mento.

Su soffitti e colonne la pittura è semplice e ornamentale, anche se comunque raffinata.I Buddha presenti sui pilastri della grotta n.10, hanno volti molto dolci, per merito degli occhi allungati e semiaperti.

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Sulle pareti invece, si dispiegano figure davvero affascinanti. La più famosa probabilmente, è quella del Bodhisattva Padmapani (portatore di Loto), chiamato anche Avalokiteshvara (il Signore che guarda –benevolo-), della grotta n.1 (circa V sec. d.C.).

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Dato che, contrariamente al Buddha, non hanno rinunciato ad agire nel mondo, i Bodhisattva non sono rappresentati in postura ascetica, ma come veri e propri principi. Quest’immagine rende perfettamente l’idea, essendo un misto di compassione e potere. Il volto ha un’espressione assorta, rivolta verso la propria interiorità ma non distaccata dal mondo; gli occhi allungati, a forma di petalo di loto, sono tracciati da un’elegante linea curva, così come le sopracciglia, che richiamano la curva di un arco o le ali della farfalla. Le labbra sembrano in procinto di sorridere, mentre lo sguardo è rivolto verso un mondo lontano ma a cui Padmapani dedica tutta la sua attenzione. La direzione dello sguardo è qualcosa di davvero importante, perché un errore in tal senso poteva causare calamità. Il viso è incoronato da un diadema finemente cesellato, testimonianza della prestigiosa oreficeria coeva. La profusione di ornamento non è però mero esercizio stilistico, bensì mira a catturare l’attenzione dell’osservatore per indirizzarla verso l’idea divina che si cela dietro la bellezza della forma. Le spalle ampie e morbide ricordano il profilo della testa di un elefante, e conferiscono solennità e dolcezza alla figura. Espediente comune a questi dipinti, per conferir loro luminosità in un ambiente privo di una luce naturale (le grotte), ma illuminato da varie lampade a olio, che spandono luce diffusa e sottile, è costituita dai tocchi di bianco.

L’incarnato di ogni personaggio ha un colore definito che rimanda a razza e rango: una principessa sarà di solito più chiara delle ancelle, vivendo riparata dai raggi del sole.

Un preciso linguaggio corporeo accomuna danza, pittura e scultura, cosicché particolare posture evocano immediatamente la quiete o il moto. I sentimenti sono suggeriti soprattutto dalle mudra, i gesti delle mani che testimoniano precisi atteggiamenti interiori. Nessun sentimento disarmonico e fuori controllo è presente in queste pitture, gli estremi sono stemperati, così ad esempio la disperazione diviene tristezza e malinconia.

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La grotta n.2 è invece celebre per il ritratto della madre dell’Illuminato, Maya. Il vihara n.16 narra le storie di Nanda, cugino del Buddha che, seguendo il suo esempio, abbandona la sposa per la vita ascetica: la scena della bellissima principessa svenuta per il dolore è una delle più toccanti di Ajanta.

Nella grotta n.2, del V sec. d.C., è rappresentato il Buddha in una delle sue vite precedenti, quando sostò nel paradiso Tushita come Bodhisattva: seduto su un trono all’occidentale, è ritratto nell’atto di impartire la dottrina agli dei.

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Nella grotta n.9 si possono ammirare tre Buddha, quello centrale colto nella classica mudra del dono, i laterali invece in quella dell’insegnamento (qui visibile solo quello di destra), sovrastati da parasoli ingioiellati, tipico simbolo di potere temporale e spirituale.

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L’apogeo della pittura Vakataka è raggiunto nella grotta n.17, dove sembra davvero di entrare in un altro mondo, dove ninfe celesti scendono dal paradiso per rendere omaggio alle opere caritatevoli che l’Illuminato ha compiuto nelle sue vite precedenti, sotto forma di Elefante a sei zanne, di re delle scimmie e del principe Vessantara.

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Queste sono tra gli esseri mitici che il Buddhismo eredita dal contesto indù. In questo contesto sacro e profano si fondono senza cesure, il fascino e la sensualità della vita mondana non fanno che accentuare la grandezza della rinuncia monastica. Il centro delle narrazioni è sempre l’essere umano (o divino), mentre la natura non è mai fine a se stessa, bensì svolge da sfondo e contesto, così come le architetture.

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E per chi conosce l’inglese, ecco una breve presentazione del sito ad opera dell’Unesco, essendo questo Patrimonio dell’Umanità 🙂

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4 risposte a Architettura rupestre indiana: la magia di Ajanta

  1. fulvialuna1 ha detto:

    Ma che meraviglia!
    Sia come struttura architettonica che come rappresentazioni…Le immagini armoniose sono strepitose.
    grazie ancora per questa “chicca”.
    Non capisco bene l’inglese, ma il filamto merita comunque… 🙂

  2. elena ha detto:

    Un lavoro superbo! Grazie è valsa la pena aspettare il tuo ritorno…

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