Sviluppi dell’iconografia Buddhista in India

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La prima fase dell’arte buddista è caratterizzata dall’ utilizzo di simboli sostitutivi alla figura antropomorfa. Questi simboli erano carichi di valori metafisici, resi convenzionalmente comprensibili per antica tradizione, ma ineffabili sul piano dell’espressione figurativa normale. Simboli dell’Illuminato erano:

  • l’albero sotto il quale era giunto al Nirvana

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  • la ruota della Legge (dharmacakra). La ruota è un antico simbolo solare indiano, di sovranità, protezione e creazione. Nel suo primo sermone da Illuminato, Buddha disse di aver messo in moto la ruota della Legge, come simbolo del ciclo di rinascita dell’uomo, rivelando ai suoi discepoli le Quattro Nobili Verità.

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Bharhut 04 Pasenadi Pillar - Dhammacakka, photograph by Ken Kawasaki

  • l’impronta dei piedi del Buddha, spesso corredata di dharmacakra

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  • lo Stupa, architettura/reliquiario tipicamente buddhista (per chiarimenti vedi il post dedicato agli Stupa: https://musainquietante.wordpress.com/2014/03/30/arte-indiana-buddhismo-e-stupa/)

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  • il trono, simbolo di regalità, così come i parasoli

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I primi seguaci infatti consideravano l’Illuminato come un maestro, e non una divinità. Inoltre egli aveva estinto la sua forma umana nel Nirvana, e sarebbe stato assurdo raffigurarlo nuovamente. Infine, non era la figura storica in sé ad essere determinante, bensì la dottrina da lui predicata. Secondo una teoria recente però, la mancanza di una rappresentazione antropomorfa  non sarebbe dovuta ad una consapevole avversione nei confronti delle personificazioni, ma più semplicemente alla scelta di rappresentare scene di culto presso monumenti e luoghi sacri, momenti di adorazione e di pellegrinaggio, situazioni insomma in cui gli artisti non avrebbero avuto motivo di ritrarre l’Illuminato.

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Qualunque fosse la causa, ad un certo momento si sente l’esigenza di elaborare le immagini del Buddha-uomo. Probabilmente, ciò è dovuto al diffondersi di un nuovo tipo di religiosità: il Buddhismo delle origini, chiamato Hinayana (piccolo veicolo) e caratterizzato da semplicità e austerità, viene gradualmente sostituito dal Mahayana (grande veicolo), più adatto alle masse e strutturato maggiormente come una religione vera e propria, caratterizzata da Paradiso e figure simili ai santi della tradizione cristiana: i Bodhisattva.

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I Bodhisattva sono esseri ultraterreni che possiedono un corpo fisico (materiale) e uno celestiale (manifestazione del Dharma).

Sotto il dominio Shaka e Kushana (I a.C.-II d.C.), l’iconografia buddhista si sviluppa in due zone distinte: Mathura e Gandhara. Nel primo caso abbiamo forme tipicamente indiane, nel secondo profonde influenze dell’arte ellenistica.

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Anche quando assume forme umane, la raffigurazione del Buddha resta comunque un simbolo del grande uomo cosmico: il corpo mostra i segni dell’essere superiore, come la protuberanza in cima al capo resa con la pettinatura a crobilo, simbolo del Nirvana (ushnisha), il ciuffo di peli tra gli occhi, simbolo di incontro tra la sfera dei sensi e quella dell’intelletto (urna) e la ruota della legge sui palmi delle mani e sulle piante dei piedi. Il petto è poderoso, i lobi allungati (perché da principe Siddharta portava pesanti orecchini), la testa incoronata  dal nimbo, di probabile origine persiana. Spesso l’Illuminato è rappresentato in posizione di meditante, con le mani atteggiate in diverse “mudra” (sigilli), chiamate così poiché “sigillano” gli stati interiori del Maestro. Ogni postura esprime un particolare atto o disposizione:

  • Abhayamudra: mano destra sollevata a mostrare il palmo indica rassicurazione, è un invito a non temere

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  • Varadamudra: mano sinistra nella stessa posizione, ma abbassata, veicola doni spirituali

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  • Dhyanamudra: il dorso della mano destra sul palmo della sinistra sottolinea lo stato di meditazione

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  • Bhumisparshamudra: la mano destra che tocca la terra chiama quest’ultima a testimonianza della vittoria sul demone Mara e dell’avvenuta Illuminazione

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  • Vitarkamudra: mano destra avvicinata al petto con le dita chiuse ad anello, rivelano un atteggiamento docente o di dibattito intellettuale.

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  • Vajramudra: gesto di conoscenza, o di suprema saggezza. Un dito della mano sinistra (simbolo della conoscenza) è chiuso nel palmo della mano destra, che lo protegge. A volte il ruolo  delle mani può risultare invertito

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  • Dharmacakramudra: la messa in moto della Ruota della Legge, si riferisce alla prima predicazione del Buddha. La mano destra, con il palmo rivolto verso l’esterno, ha le dita chiuse ad anello intorno ad un dito della mano sinistra, il cui palmo è invece rivolto verso l’interno.

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I Bodhisattva al contrario mantengono un persistente legame con il mondo, avendo un ruolo attivo in esso. Di conseguenza, sono caratterizzati da abiti, acconciature e gioielli principeschi e sono rappresentati in piedi o seduti in posizione rilassata.

A Mathura, l’immagine del Buddha è rappresentata con volumi solidi e pieni. Il corpo appare levigato e turgido, in modo da esprimere una grande concentrazione di energia traboccante dal “prana” (soffio vitale). L’antecedente di queste raffigurazioni è da ricercarsi nelle statue degli Yaksha (divinità popolari).

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Un discorso a parte merita l’arte del Gandhara, regione situata nell’attuale Pakistan settentrionale. Dario nel 500 a.C. rende il Gandhara satrapia dell’Impero Persiano, ma la prima vera interazione e integrazione fra realtà occidentale ed asiatica si ha con l’impresa di Alessandro Magno, e si manifesta magnificamente nell’adattamento dei mezzi figurativi elaborati in Grecia al pensiero buddhista. Con l’espandersi del Buddhismo, l’arte “del Gandhara” condizionerà l’evolversi dell’iconografia e del simbolismo di altre regioni asiatiche, dalla Cina alla Corea al Giappone, interferendo, anche se in misura minore, persino con le tendenze figurative del sud-est asiatico. Attraverso gli apporti ellenici e, successivamente, romani, il Gandhara trasforma in arte propriamente sacra una produzione che sarebbe potuta rimanere soltanto celebrativa i un contenuto sacro. La componente ellenistico romana quindi, è acquisita non solo per la sua valenza estetica, ma soprattutto perché questo linguaggio “esotico”, estremamente differente dallo stile autoctono, conferiva un tono di sacralità intrinseca alle opere narrative o celebrative.L’immagine del Buddha creata nel Gandhara nasce da un linguaggio che è la risultante dell’incontro tra civiltà diverse, originariamente distanti, che si erano trovate a convivere e mescolarsi in una stessa regione.

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Gli elementi greci erano scelti, selezionati, modificati, adattati all’osservazione della realtà e alle tecniche locali, e il tutto veniva caricato di determinati significati simbolici, che fanno del Buddha gandharico un vero e proprio “semena”, cioè un’immagine convenzionale, ricca di significati, “leggibile” anche in una realtà culturale così composita e vivace, pervasa da una religiosità in evoluzione che non era solo buddhista. Il filosofo greco quindi fornisce il modello per il Buddha: maestri di vita entrambi, sono l’uno l’espressione vivente del Logos, la Parola rivelatrice, l’altro incarnazione del Dharma, la dottrina. Buddha e i Bodhisattva hanno lineamenti apollinei e panneggi di derivazione greco-romana

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A differenza di Mathura che preferisce pieghe piccole, fitte e parallele, e i cui tratti sono molto più decisi e marcati.

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La capigliatura del Maestro nella versione del Gandhara è rappresentata con ondulazioni regolari e più realistiche di Mathura, che opta invece per riccioli a spirale allusivi al raccoglimento interiore.

Alcuni personaggi vengono proprio modellati sulla base dell’iconografia occidentale: ad esempio il Bodhisattva Vajrapani risulta molto simile a Eracle. Anche l’impostazione nella composizione dei rilievi risente molto degli influssi occidentali, con la presenza di elementi architettonici dorici e corinzi.

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D’altro canto, le raffigurazioni dei personaggi secondo proporzioni gerarchiche all’epoca era tipicamente indiano, questo perché l’ideologia e la finalità dell’arte sacra erano comunque strettamente autoctone.

L’immagine di Buddha raggiunge la perfezione fra il IV e il VI secolo, durante il florido periodo di dominazione Gupta, che porta all’unificazione politica e alla fioritura delle arti. Scomparso il rigido panneggio, la veste diviene un velo sottilissimo. Le membra dell’Illuminato rivelano una dolcezza morbida e flessuosa, ed ogni connotazione sessuale è cancellata. I centri artistici principali divengono Mathura e Sarnath. L’Illuminato appare in posizione meditativa o maestosamente in piedi, la grande aureola è scolpita con fregi delicati. Il viso è tondo e pieno, simile all’arte di Mathura sotto i Kushana, ma l’espressione potente e volitiva tratta dagli esempi antichi è scomparsa. Ora Buddha socchiude gli occhi nell’introspezione, il volto esprime concentrazione assoluta e un’inarrivabile serenità.

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La veste monastica copre entrambe le spalle come nell’arte del Gandhara, ma mentre a Mathura risulta aderente ed increspata da pieghe sottili, a Sarnath è quasi impercettibile.

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Come paradigma dell’iconografia di Sarnath, esaminiamo una statua considerata l’emblema e l’apice della scultura Gupta:

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E’ una stele di arenaria color miele, pietra tipica della regione. La postura è quella della dharmacakra: proprio a Sarnath infatti, l’Illuminato tenne il suo primo sermone, mise in moto dunque la Ruota della Legge. Nel basamento del trono su cui è seduto, la ruota del dharma è raffigurata di profilo, circondata da un gruppo di discepoli e affiancata da due gazzelle, che rimandano al nome del luogo dove Buddha predicò, “Parco delle Gazzelle”.

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La figura condensa tutta la perfezione e l’apparente semplicità dell’arte Gupta: il capo e l’ushnisha sono coperti di riccioli composti, avvolti verso destra (direzione del buon auspicio). 2014-06-14 12.33.05

Le mani appaiono “palmate”, le dita cioè sono unite da una membrana, altro segno peculiare di predestinazione a compiere grandi imprese.

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I volumi sono pieni e al contempo delicati, il volto appare assorto in una serena contemplazione introspettiva. I profili delle spalle e delle gambe formano curve simmetriche. Il tutto comunica un equilibrio perfetto, una squisita calma spirituale che irradia dalla compostezza levigata e curvilinea. Animali fantastici ornano il trono, mentre l’aureola, su cui si posano esseri celestiali in volo, è squisitamente lavorata, e riproduce lo stelo di un loto serpeggiante tra un fitto fogliame. Il loto è un simbolo molto potente, che esprime fertilità ma anche purezza: riunisce in sé gli elementi, nascendo dalla terra, sviluppandosi attraverso l’acqua per poi librarsi nell’aria. Inoltre, sebbene sito in ambienti paludosi, fiore e foglie restano immacolati dal fango che li circonda. Ecco perché lo ritroveremo non solo nel buddhismo, ma come simbolo o trono di molte divinità induiste. I Bodhisattva, sempre ricoperti da gioielli e corone, vedono la comparsa persino di figure femminili, prima fra tutte Tara (colei che salva). La statuaria, sempre più simile alla produzione indù, è identificata come buddhista solo da alcuni simboli.

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La dottrina si è evoluta ormai nel suo terzo veicolo, il “Vajrayana” (veicolo di diamante), altamente ritualizzato e dal pantheon sempre più complesso, ed emigra in Tibet, dove si diffonde l’immagine di un Buddha adorno di corona e gioielli. La raffigurazione ascetica cede il passo all’espressione di dominio e potere.

Abbiamo parlato di scultura, ma il Buddhismo indiano ci ha lasciato magnifiche testimonianze pittoriche, nelle grotte di Ajanta.

Di questo parleremo qui: musainquietante.wordpress.com/2015/01/09/architettura-rupestre-indiana-la-magia-di-ajanta/

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11 commenti Aggiungi il tuo

  1. deadmandreaming ha detto:

    lungi (o forse no, non lo so) da me giudicare una dottrina (o religione, o come si vuole chiamarla) dai sacerdoti occasionali che si incontrano lungo la strada. ho trovato nella “dhama” parecchie contraddizioni. certo quelle le trovi ovunque. (ah il post era molto interessante, soprattutto per quanto riguardo le posizioni delle mani…). ultimamente sono stato in un monastero buddhista (ce ne sono di varie “tradizioni” lo saprai meglio di me) e non mi ha convinto per niente.
    a parte gli ospiti (che al pari mio consideravo dei “malati” in un ospedale mentale, quindi poco attendibili), ma anche in molti dei monaci, e soprattutto nei novizi…
    pero’ c’e’ anche nella dottrina qualcosa che non mi convince.
    saro’ un masochista ma io non voglio trascendere la mia umanità.
    non voglio smettere di desiderare per essere felice.
    no.
    e come la mettiamo col fatto delle loro infinite e rigidissime gerarchie, e del fatto che un “monaco” non puo’ estirpare un’erbaccia ma puo’ chiedere a un “laico” di farlo?
    a me – io il mio istinto – questa la fa chiamare “ipocrisia”.
    ah ma vabbe’ tu stavi solo parlando dell’arte buddhista mi sa che come al solito ho frainteso le intenzioni.

    1. musa inquietante ha detto:

      Grazie mille per il tuo commento, non hai frainteso nulla anzi.. ovviamente io, per questa come per l’arte cristiana o di qualsiasi altra religione, mi limito ad esaminarne il lato artistico, poiché penso che ognuno abbia una propria spiritualità e a me, come storica dell’arte non compete dare giudizi morali nei post… detto questo, nei dibattiti che invece si sviluppano nei commenti é assolutamente ben accetta qualsiasi riflessione personale che trascenda il lato artistico.. sono d’accordo con te, penso che il buddhismo, come molte o forse tutte le religioni istituzionalizzate, abbia elementi incoerenti e in contrasto, frutto di secoli di compromessi “umani, troppo umani”.. al contrario credo che la vera libertà del singolo dovrebbe consistere nello scegliere, di ogni credo e forma di spiritualità, gli elementi che sente più vicini al proprio essere, creando una sorta di fede personale, calibrata sul proprio io e che quindi non lo costringa a scendere a compromessi con se stesso. .. é ciò che faccio io, che ad esempio apprezzo molto alcune peculiarità del taoismo, dello shintoismo e dell’induismo, come anche delle religioni semitiche, almeno quelle delle origini, ma nn posso dire di abbracciare una di queste religioni in particolare perché ho creato una mia spiritualità. .

    2. musa inquietante ha detto:

      Per quanto riguarda invece il Buddhismo in particolare, ritengo che quello delle origini rispondesse a particolari esigenze della società indiana, fin troppo rigida in quanto a divisioni sociali e ritualità… se pensi che gli asceti erano liberi dalle catene della casta, si riesce a comprendere come in determinati settori della società una dottrina che predicasse un giusto mezzo tra vita mondana e ascetismo, all’insegna della sobrietà e dell’attenzione alla vita interiore, potesse davvero essere un’ancora di salvezza per fuggire da certi meccanismi asfissianti… poi anche il buddhismo, da filosofia d vita é divenuto una religione, perdendo i suoi connotati di medicina doloris per diventare qualcosa di molto simile all’induismo popolare..

      1. deadmandreaming ha detto:

        sono moooolto d’accordo (al momento,,poi spesso cambio idea,, anche se alla fine ritorno sempre la’..) col tuo commento, o meglio con il “genere” di spiritualita’ che traspare dal tuo commento precendente (o meglio : di prima), altra considerazione per rendere ancora piu’ chiara l’idea: sono andato li’ per cercare degli asceti, e ho trovati dei mezzi-papi. non so se ho reso l’idea…e poi loro stessi (o meglio…uno di loro,,un thailandese per la precisione) mi ha anche specificato: ma guarda che i buddhisti delle origini cioe’ quelli vecchi etc (bisogna vedere a quali origini si riferiva evidentemente…) vivevano si nelle foreste etc, ma bene o male vicino o comunque al limite di villaggi e varie, cosi’ da poter “barattare” la loro saggezza con “servigi” meno “altoqualcosa”.
        vabbe’ ho detto tutto. comunque un piacere trovare qualcuno con cui si possa condividere un paio di opinioni 😉 .

      2. musa inquietante ha detto:

        Grazie a te, adoro confrontarmi su certi argomenti, poi le tue esperienze sembrano davvero interessanti!! 🙂 ancora grazie!

      3. deadmandreaming ha detto:

        un’espressione che “odiavo” you are welcome!

  2. fulvialuna1 ha detto:

    Tralascio la religione..Grazie per le tue spiegazioni e dico: minuziosamente meravgiose…

    1. musa inquietante ha detto:

      Grazie mille cara, sempre gentilissima! 🙂

  3. fulvialuna1 ha detto:

    Dimenticavo: aspetto la parte pittorica…

    1. musa inquietante ha detto:

      😊 suspaaaaanceee…

  4. Gianpaolo ha detto:

    Molto interessante l’articolo… la produzione di Gandhara e’ stata possibile grazie all’apporto ellenistico oppure sarebbe meglio chiedersi se quei panni ellenistici che la rivestono non siano qualcosa di più, o di diverso, di un dono della Grecia all’India? Ho visitato alcuni anni fa la regione dello Swat ed alcuni giorni fa ho ammirato numerosi reperti dell’arte di Gandhara nel bellissimo museo olandese di Leiden.! Ho l’impressione che la produzione di Gandhara sia fenomeno unitario, culturalmente coerente e indipendente, senza quell’equivoco di fondo che sia stato lo “spirito greco” ad infondere all’arte buddhista quell’umanesimo mancante alla sua versione indiana.

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