“Quando uno spazio non è uno spazio?

Risposta: quando è un’installazione.”

Da un mese studio alacremente al fine di sostenere, a maggio, l’esame d’inglese per ottenere la  certificazione IELTS, e possibilmente con un voto decente (ecco spiegata la mia latitanza dal blog…). Stamattina, mentre spulciavo il mio libro IELTS Masterclass, a pagina 47 ecco un articolo a mio parere interessante sulle installazioni d’arte contemporanea, il cui titolo ho riportato all’inizio del post. Ho deciso quindi di tradurlo e riportarlo qui:

“Qualche anno fa ci fu una certa agitazione all’esibizione di arte contemporanea presso la Tate Britain. Una donna camminava frettolosamente attraverso l’ampia sala che ospitava un intrigante lavoro intitolato “Lights going On and Off in a Gallery“, dove, come si arguisce dal titolo, le luci si accendevano e spegnevano in una galleria.

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All’improvviso la collana della donna si ruppe e le perline inondarono il pavimento. Quando ci chinammo per raccoglierle, un uomo disse: “Forse fa parte dell’installazione.” Un altro rispose: “Sicuramente sarebbe una performance artistica più che un’installazione”, “O un happening” disse un terzo.

Sono tempi di gran confusione per il pubblico dell’ arte visuale, che sta crescendo rapidamente. Sempre più spazi delle gallerie londinesi sono dedicate alle installazioni, quindi ciò di cui abbiamo bisogno è rispondere a tre semplici domande:

Cos’è un’installazione artistica?

Perché è diventata così onnipresente?

E perché è così irritante?

Iniziamo dalla prima domanda. Cosa sono le installazioni? ‘Installazioni’, risponde il Thames and Hudson Dictionary of Arts and Artists con sicurezza di sé mal riposta, ‘esistono solo finché sono installate’. Grazie mille. Il dizionario continua in modo più promettente: le installazioni sono ‘lavori multimediali, multi-dimensionali, multiformi creati temporaneamente per un particolare spazio o per un luogo specifico, sia al chiuso che all’aperto, in un museo o in una galleria’. Come primo tentativo di definizione non è male. Essa esclude quadri, sculture, affreschi e altre forme d’arte che sono intuitivamente “non-installabili”. Dice anche che niente può essere considerato “installazione” finché questo status non gli viene riconosciuto, per cui il neon nella tua cucina che continua a lampeggiare non è arte, perché non ha avuto il benestare di una galleria.

L’unico problema è che questa definizione è incompleta. In alcuni casi, le installazioni sono state comprate e spostate dalla galleria, per la quale erano state pianificate, e re-installate in un contesto differente. Inoltre, a differenza dei quadri o delle sculture, si ha spesso la necessità di muoversi attraverso di esse per apprezzarne appieno l’effetto. Ciò suggerisce che stiamo abbaiando all’albero sbagliato (modo di dire inglese per intendere che ci stiamo sbagliando, n.d.t.) nel tentativo di definire le installazioni. Non tutte condividono le stesse caratteristiche essenziali. Alcune richiederanno la partecipazione del pubblico, altre saranno create specificatamente per un luogo, altre ancora saranno semplici giochi concettuali che coinvolgono solo una lampadina.

Ciò ci porta alla seconda domanda: Perché ne stanno spuntando così tante in questo periodo? Le installazioni nascono quando, nel 1917, Marcel Duchamp pose un orinatoio in una galleria d’arte di New York e lo chiamò arte.

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Questo gesto, il più potente nella storia dell’arte del XX secolo, screditò nozioni come gusto, talento e abilità, suggerendo che ognuno di noi potrebbe essere un artista. Ma perché il numero di installazioni adesso sta crescendo così velocemente?

Il critico americano Hal Foster crede di conoscere la riposta. Egli suppone che la trasformazione chiave dell’arte occidentale dagli anni Sessanta in poi è stata lo spostamento da ciò che Hal chiama una concezione ‘verticale’ dell’arte ad una invece ‘orizzontale’. In passato, i pittori ad esempio erano interessati alla pittura, ad esplorare e sfidare il loro medium fino ai suoi limiti estremi. Loro erano ‘verticali’. Gli artisti ora sono meno interessati a spingere una forma d’arte come pittura o scultura fino dove esse possono arrivare, e preferiscono usare i loro lavori per evocare sentimenti o provocare reazioni. E’ vero, anche la fotografia, la pittura e la scultura possono ottenere lo stesso risultato, ma le installazioni si sono dimostrate più efficaci – forse perché con esse si sente meno lo stress di doversi conformare alle esigenze della tradizione formale, e gli artisti possono esplorarne più liberamente le potenzialità.

Quindi, come mai le installazioni sono così fastidiose? Forse perché in molti casi quando viene meno la maestria, l’arte sembra qualcosa di simile a I vestiti nuovi dell’Imperatore. Forse anche perché gli artisti di installazioni sono spesso così tanto connessi alla storia dell’arte intellettuale e i suoi vari ‘-ismi’, da dimenticare che coloro i quali non hanno conoscenze in merito non capiscono la loro arte, né se ne interessano.

Ma, dopotutto, l’essere irritante non è necessariamente un male per un’opera d’arte, poiché quantomeno costringe il fruitore ad impegnarsi. Prendiamo ad esempio il lavoro di cui abbiamo parlato in precedenza, ‘Lights going On and Off’ di Martin Creed. “La mia opera”, racconta Martin, “è composta per il 50% da ciò che faccio io, e per l’altro 50% da ciò che scatena nella gente. I significati si annidano nella testa degli osservatori, io non posso controllarli”.

Un altro esempio è Double Bind (Doppio Vincolo), la vasta opera di Juan Munoz alla Tate Modern gallery di Londra. Un falso piano ammezzato nell’enorme sala principale è pieno di buchi, alcuni reali, altri Trompe l’oeil. Un paio di ascensori illuminati da una luce algida vanno su e giù, diretti da nessuna parte.

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Per coglierne pienamente l’effetto, e andare oltre il mero illusionismo, c’è bisogno di andare al piano inferiore e guardare verso l’alto , attraverso i buchi. Ci sono uomini grigi che vivono in stanze tra le assi del piano, installazioni dentro l’installazione.

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Io non capisco né amo necessariamente tutta l’arte delle installazioni, ma ne sono colpito. E’ fastidiosa e bella e strana, ma fondamentalmente tu, spettatore, hai bisogno di fare uno sforzo per riuscire a tirarne fuori qualcosa”.

Ho trovato molto interessanti queste considerazioni, così come anche l’opera di Munoz. In genere concordo sul fatto che le installazioni ti spingono a pensare, ti costringono ad interagire con l’opera, rendendo il tutto molto più stimolante. Ovviamente non sempre sono all’altezza delle aspettative, ma comunque questa è forse la forma d’arte più interessante e ricca di potenzialità del nostro tempo.

Voi che ne dite?

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12 commenti Aggiungi il tuo

  1. marvan ha detto:

    Ciao Musa,
    credo che come al solito tutto sia riconducibile alla nostra solita necessità di classificare quello che ci circonda. In fondo è rassicurante incasellare le cose, le persone, le aree geografiche in “quadri” di riferimento. Niente è più ostile e irritante di qualcosa che non fa parte del già conosciuto, del compreso prima.
    Sento che le domande che poni possono essere adatte ad altri argomenti della stessa natura: cos’è un migrante? perché e diventato così onnipresente? e perché è così irritante? Oppure: cos’è un cyberpunk? perché e diventato così onnipresente come termine di riferimento per tutto ciò che riguarda l’ansia per il futuro? e perché è così irritante se stravolge concetti molto più gestibili come sonetti e quartine? Il termine installazione mi sembra che spieghi bene da un lato la complessità dell’opera e dall’altro la multi-dimensionalità e le infinite modalità del suo godimento. E’ un po’ come leggere in modo verticale “Canne al vento” oppure discutere di canne accese contro vento in modo orizzontale e via chat. Non credo che se ne possa fare a meno. Le installazioni crescono iperbolicamente come la massa delle informazioni che ci arrivano dallo schermo, il caos è totale, il rischio serio è di perdersi, di disinnamorarsi dell’arte. E’ un rischio comunque da correre.

    1. musa inquietante ha detto:

      Ciao Marvan,
      hai centrato il punto, l’ambiguità che sottende a questa nuova forma d’arte, e che la rende tanto forte quanto pericolosa.. Non solo è un rischio da correre, ma ora come ora non si potrebbe nemmeno tornare indietro. Negando il presente, e rimanendo ancorati (come molta gente fa non solo nell’arte, ma anche come sottolineavi tu in altri ambiti) a concetti ed etichette precostituite si rischia solo di rimanere impantanati in un immobilismo stagnante, che tutto è fuorché arte… Bisogna farsi largo nel caos, avere l’intelligenza di scindere la crusca dalla farina e di puntare ad un’educazione artistica del fruitore, in modo che possa comprendere da sé cosa è davvero arte e cosa è solo “rumore di fondo”…

      1. marvan ha detto:

        Interessante il punto di vista di Achille Bonito Oliva (http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-d86e2134-a135-4fbb-ae32-c30848b9f264.html ) sul nervosismo, la tensione verso il diverso, il rifiuto della stabilità del passato.
        Di Lucio Fontana parla del gesto artistico che supera il muro della bidimensionalità della tela, sfonda, penetra nello spazio, apre un varco che sarà poi sfruttato, specialmente dagli artisti americani, per produrre delle installazioni. Un’arte abitabile, uno spazio percorribile dentro cui lo spettatore si muove liberamente senza dover essere penalizzato nella frontalità di un quadro da ammirare e contemplare.
        Questo è il principio, la definizione logica e condivisibile che risponde alla prima domanda: che cos’è un’installazione artistica e alla terza domanda: perché è così irritante. Circa la pervasività di questa forma d’arte il problema non è di quantità ma di qualità: questo non è un orinatoio capovolto, è l’orinatoio che svolge la sua funzione di incanalare diligentemente i flussi delle nuove idee artistiche verso il nuovo ancora tutto da inventare. In questo senso dare la parola ai “non artisti” non solo è democratico, ma rispecchia il concetto di rete: è la pluralità che decreta cosa ha diritto ad essere chiamato Opera d’arte?

      2. musa inquietante ha detto:

        “un cuore acceso è nervoso”… il link che hai postato è bellissimo, davvero! “chi innova gioca allo scoperto..”
        Ultimamente hai visto qualche mostra contemporanea? come ti è sembrata? quanta Arte c’era?

      3. marvan ha detto:

        Quella di Adrian Paci – Vite in Transito al Padiglione d’arte Contemporanea di Milano (http://www.pacmilano.it/exhibitions/adrian-paci-vite-in-transito/ ) per esempio, esemplifica quanto detto per un’installazione travolgente. “Un blocco di marmo viene estratto da una cava in Cina, lavorato in mare ad opera di artigiani cinesi a bordo di un’enorme nave-officina e trasformato in una colonna in stile classico. La destinazione è ignota. E’ la nuova opera filmica di Adrian Paci, The Column, un racconto visionario che parla di de-localizzazione del lavoro, trasformazione delle tradizioni e confronto tra culture: una potente metafora con un linguaggio visivo di enigmatica bellezza. “
        Arte? Bellezza? Ho intravisto solo quanto questi concetti hanno valore per me.

      4. musa inquietante ha detto:

        Sembra una notevole esperienza, ho visto anche il link… Tu che ne sei stato partecipe come fruitore, ritieni che potesse essere compreso anche da chi non ha un sostrato culturale congruente? Perché da ciò che ho capito spesso il problema dell’arte contemporanea è proprio l’essere autoreferenziale…

  2. lois ha detto:

    Io sono potenzialmente d’accordo con il concetto di interazione, è un dato ineliminabile dell’installazione che non può prescindere dagli astanti/visitatori.
    In generale peró credo che del termine ‘installazione’ si sia fatto un abuso in ogni senso. Purtroppo l’arte contemporanea è inscindibile dalla critica e soprattutto del mercato che ne definisce non solo il valore ma il merito ed il ruolo.
    Sono stato quest’anno alla biennale ed era tutto un rifiorire di ‘installazioni’ molte delle quali discutibili!
    Forse in generale l’esperienza artistica non è del tutto definibile ed ogni intervento meriterebbe una definizione più ampia. Resta di fatto che è ineliminabile la presenza di ub pubblico che spesso interagisce al fine di completare il percorso ed il fine dell'”installazione” stessa.

    1. musa inquietante ha detto:

      sono pienamente d’accordo con te… il concetto di installazione è per me affascinante e “artistico”, ma oggi come oggi nei musei e nelle mostre contemporanee si vedono un sacco di “cose” che davvero hanno poco a che fare con l’arte… La deflagrazione operata da Duchamp, se da un lato ha restituito ad ognuno di noi il diritto di esprimere la propria “artisticità”come meglio crede, (senza essere vincolato a canoni tradizionali precostituiti), dall’altro ha creato una confusione tale su cosa sia arte e cosa no, con il risultato che in giro si vede di tutto e di più e che il concetto “arte contemporanea” è a uso e consumo di mode e business…

  3. fulvialuna1 ha detto:

    Non oso addentrarmi in un contesto che non conosco e non sono all’altezza di discutere.Dico solo, con la mia bassa cultura in questo campo, che non sempre sono d’accordo sulle installazioni, a volte non le capisco, mi sembrano forzature sul pensiero, quasi a voler far vedere quello che effettivamente non c’è, quello che effettivamente manca: l’arte (per me). A volte sembrano voler indicare un percorso o cercare di farti sforzare a pensare, ma a cosa ancora lo devo capire. Perdona la mia ingenuità, ma il tuo articolo mi ha in qualche modo stuzzicato.

    1. musa inquietante ha detto:

      Nessuna ingenuità, il problema che poni è molto interessante e penso sia proprio alla base dell’esito controverso a cui giunge l’arte contemporanea… ti ricordi qualche esempio di mostra o artista che ti ha lasciato interdetta, proprio perché non ne capivi il senso?

      1. fulvialuna1 ha detto:

        No, in particolare nessuno, il fatto è che quando leggo o guardo su internet o giornali, ciò che riguarda la mostra, la visione e trovo che per me è irragiungibile culturalmente, o non mi piace, anche l’artista passa in seconda linea, quindi non ti sparei dire nessun nome nello specifico, ma una mia amica mi ha ricordato che 4 o 5 anni fa andammo a roma a vedere una mostra di tessuti, in Via Nazionale, e in una sala c’era l’esposizione di un artista svedese, rimanemmo perplesse, ma sinceramente non ricordiamo neanche il nome, io addirittura non riesco a focalizzare se fosse svedese o tedesco.

  4. marvan ha detto:

    Ciao Musa, scusa il ritardo della risposta … Io non vedo molta autoreferenzialità nell’arte contemporanea, nel senso che non è l’obiettivo primario parlare di se stessi o citarsi. Credo piuttosto che ci sia da un lato un disperato tentativo degli artisti non affermati di essere sensazionali, di esagerare per poter emergere, e dall’altro un’assurda sovra valutazione dei pochi artisti quotatissimi. E’ quest’ultimo aspetto dell’arte contemporanea che autorizza secondo me, soprattutto i non addetti ai lavori, a credere alla macchinazione. E’ il mercato dell’arte che non è credibile, non le opere d’arte. Certamente chi si espone al pubblico, e ce ne vuole di faccia tosta per presentare delle emerite boiate, non ha una grande opinione del fruitore. Non gli/le importa granché sapere se la sua opera sia stata “goduta” o se non abbia suscitato che indifferenza. Del resto non mi risulta che gli artisti siano delle persone particolarmente schive, scontrose, enigmatiche. Anzi, sono in genere molto aperte al confronto anche verbale. Ed hanno spesso il vantaggio di essere vive, non hanno bisogno di essere mediate da curatori, critici o giornalisti. Al di là del genere artistico, è proprio quest’ultimo aspetto dell’arte contemporanea che mi stuzzica, la facilità di accedere dal basso ad un mondo assolutamente fantastico. E non sono nemmeno tanto sicuro che occorra un grande cultura artistica o una particolare preparazione per provare delle emozioni. Queste sono già compresse dentro di noi, un’opera d’arte non è che un catalizzatore, non fa che innescare la reazione chimica, il resto è tutta aria calda che vola via.

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