Friedrich, Turner e Rothko: gli infiniti senza forma

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Nel febbraio del 1809 Friedrich termina il Monaco in riva al mare, che modifica l’anno dopo, eliminando le immagini di due navi.

Il Monaco sulla spiaggia sembra essere un autoritratto, sebbene l’artista non sia un monaco. Questo non è da intendersi come un atteggiamento o un travestimento, bensì una professione di fede, tanto è vero che la vita stessa di Friedrich fu quasi monastica. Lo studio, nella sua sobrietà, sembrava la cella di un convento. Anche la povertà ben si addiceva a tale stile di vita, povertà che non derivò tanto dalla difficoltà di vendita dei dipinti, quanto dal fatto che, quando aveva denaro, Friedrich era estremamente generoso.

L’opera destò scalpore, perché ci troviamo di fronte ad un dipinto radicale, il cui tema è il vuoto, solo una nuda striscia di spiaggia e l’abisso infinito del mare livido e del cielo nebbioso che copre la maggior parte della superficie, le virgole dei gabbiani, la piccola figura di un uomo che contempla la vastità inconoscibile che lo sovrasta. Il monaco appare come unico testimone dell’Apocalisse e l’intero paesaggio come il regno della morte. L’osservazione di questa tela fa tornare subito alla mente i pensieri notturni di Young, i poemi di Ossian, le visioni di Kosengarten. Il 18 settembre 1810 il pittore ricevette la visita di Goethe nel suo studio: il poeta annotò nel suo diario la forte impressione, quasi irritante, ricevuta dal Monaco sulla spiaggia, definendola  un’opera che si può anche guardare stando a testa in giù. In effetti il dipinto, basato su una successione di strisce orizzontali, è al limite dell’astrazione e precorre di parecchio le avanguardie novecentesche.

L’assenza di un racconto, o di un episodio di genere, spaesava e angosciava: il pittore aveva volutamente cancellato due navi che veleggiavano sulla scura distesa d’acqua, privando l’osservatore di qualsiasi rassicurazione.

Come quello del monaco, lo sguardo dello spettatore vaga senza appigli, senza poter trovare consolazione o armonia nell’incontro con l’universo.

L’esclusione del personaggio dal divenire della natura diventa nostra e tra osservatore e quadro si instaura un vero e proprio dramma.

Il Monaco in riva al mare rappresenta un punto di svolta nella storia dell’arte e costituisce una delle pietre miliari della sensibilità moderna.

Mai, prima di Friedrich, qualcuno aveva rappresentato in maniera così radicale la condizione umana di fronte all’infinito.

Nel 1961 lo storico dell’arte Robert Rosenblum nel suo articolo “The Sublime Abstract“, pubblicato originariamente in ARTnews[1], ha effettuato un confronto tra questo dipinto, Stella della Sera di Turner

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e Marrone su Blu (1954) dell’espressionista astratto Mark Rothko, in quanto rivelatori di un’ affinità di visione e sentimento.

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Stella della Sera è una delle composizioni più semplici e più affascinanti del pittore inglese: due terzi della superficie sono occupati dal cielo azzurro che degrada verso l’orizzonte con toni via via più chiari verso il centro, ma che si scuriscono nuovamente in prossimità della linea del mare, soprattutto a destra, dove si addensano delle nubi illuminante da alcuni tocchi rossastri, come piccoli bagliori che si accendono improvvisamente.

L’incontro fra cielo e mare è una linea scura, quasi nera, che contrasta fortemente con l’azzurro; l’acqua è calma, la superficie piatta, senza increspature, pressoché immobile, tanto da potersi fondere con la sabbia bruna.

Un fanciullo sulla riva cerca nella bisaccia qualcosa da dare al suo cagnolino che si rizza sulle zampette posteriori pronto a ricevere il boccone.

La scena ha la profondità e l’immensità dei lavori di Friederich, ma a differenza delle opere dell’artista tedesco è priva di quel ricercato “iperrealismo” e della “necessità” della interpretazione simbolica.

Quella di Turner è essenzialmente materia pittorica, prima di essere forma e figura per le categorie dello spirito.

Secondo Rosenblum, “Rothko, come Friedrich e Turner, ci pone sulla soglia di questi infiniti senza forma diffusi dall’ estetica del Sublime. Il monaco molto piccolo nell’opera di Friedrich e il pescatore in quella di Turner stabiliscono un contrasto struggente tra la vastità infinita di un Dio panteista e l’infinita piccolezza delle sue creature. Nel linguaggio astratto di Rothko, un ponte di empatia tra lo spettatore reale e la presentazione di un paesaggio trascendentale non è più necessario, noi stessi siamo il monaco davanti al mare, in piedi in un silenzio contemplativo, come se stessimo guardando un tramonto o una notte di luna. Come la trinità mistica del cielo, acqua e terra che, in Friedrich e Turner sembra provenire da una fonte, i livelli galleggianti orizzontali di luce velata nel Rothko sembrano celare un totale, di presenza remota che possiamo solo intuire e mai cogliere pienamente Questi vuoti infiniti luminosi ci portano oltre la ragione del Sublime;. possiamo solo inviare a loro in un atto di fede e lasciarsi assorbire nella loro profondità radianti .

Il 13 ottobre 1810 apparve sul Berliner Abendblätter un articolo, rimasto famoso, del grande drammaturgo Heinrich von Kleist, il quale, a proposito del dipinto di Friedrich, scrisse: “[…] tutto ciò che avrei dovuto trovare nel quadro, lo trovai tra me e il quadro […] e così io stesso divenni il monaco, il dipinto divenne una duna, ma ciò su cui doveva spaziare il mio sguardo nostalgico, il mare, mancava del tutto. Nulla può essere più triste […]. Con i suoi due o tre oggetti ricchi di mistero, il dipinto è simile all’Apocalisse, come se avesse i pensieri notturni dello Young, e poiché nella sua uniformità sconfinata non ha altro primo piano della cornice, guardandolo si ha l’impressione di avere le palpebre tagliate. E tuttavia il pittore ha indubbiamente aperto un cammino nuovo nel campo della sua arte […]”[2].


[1] Rosenblum, Robert. “The Abstract Sublime”. Reprinted in: Geldzahler, Henry. New York Painting and Sculpture: 1940–1970. Metropolitan Museum of Art, Exhibition catalog, 1969

[2] Isham, Howard F. (2004), Immagine del mare: la coscienza oceanica nel secolo romantico, Peter Lang, p. 101

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11 commenti Aggiungi il tuo

  1. marvan ha detto:

    Se astrazione deve esserci, allora Rust and Blue di Rothko è completamente ipnotico, cioè ti cattura ed estrae da te ciò che è sommerso nell’inconscio. Non ho mai visto il dipinto dal vero ma credo che a differenza degli altri due, Rothko vada all’essenza del porsi dinnanzi all’infinito incognito senza l’uso di figure retoriche come il monaco o il bambino. Recentemente ho visto “Untitled (Blue, Yellow, Green on Red)” nella mostra Pollock e gli irascibili a Milano, e l’effetto per me è stato identico. Forse quest’ultimo è riferito ad un alba, ma lo stupore non deriva da ciò che vedi ma da ciò che ricordi di te stesso di fronte ad un’alba.

    1. musa inquietante ha detto:

      Sicuramente l’astrazione di Rothko è estrema, ma io penso che senza le ardite sperimentazioni di geni coraggiosi come Friedrich e Turner (che a causa della sua rivoluzione artistica fu completamente isolato e considerato pazzo, a dispetto del grande successo del suo primo periodo) non credo avremmo avuto nessun Rothko.. Io ho visto alcune sue opere alla Tate Modern questo gennaio, erano in stanze buie, dove tutta la tensione visiva si concentrava sulle sue fasce cromatiche…. davvero stupendo… In quella stessa occasione mi ha colpito, dal vivo, un artista che non avevo mai degnato di particolare attenzione, da un punto di vista puramente soggettivo: Mondrian, nel suo periodo geometrico ovviamente.. Dal vivo hanno una potenza che non mi sarei mai aspettata….

      1. marvan ha detto:

        Viva i pazzi dunque. Grazie per i tuoi commenti preziosi.

  2. lois ha detto:

    L’immensità di Turner e di Rothko si sposano egregiamente con la bellezza del “monaco in riva al mare”; hai proprio ragione è un istante di infinito dove l’irrazionale naturale prevale sull’umano, sulla ragione. Per alcuni versi, abbinerei a questi Maestri anche Boudin con i suoi brevi ed intensi scorci di mare della Normandia e l’ultimo Monet dove la natura è astratta per coinvolgervi in un turbinio emotivo di grande forza.

    1. musa inquietante ha detto:

      sono pienamente d’accordo con te, senza questi grandissimi sperimentatori non ci sarebbero state le avanguardie.. loro hanno distrutto il muro accademico e strettamente figurativo (e per figurativo intendo prettamente naturalistico), elevando le emozioni pure a protagoniste assolute…

  3. fulvialuna1 ha detto:

    Se mi pongo davanti a questi quadri, non vedo figure concrete, dominatrici, ma vedo l’infinito o quello che potrebbe esserci nel punto più lontano visivamente. Mi sorge nell’io la domanda inquietante di come l’uomo non sia nulla di concreto davantia tutto il resto, neanche l’anima sa dove andare; ci vuole un coraggioso che attraversi quella linea, come hanno fatto gli autori di questi quadri. Veri esploratori degli orizzonti e oltre. Il loro esplorare ha accompagnato le nuove conoscenze pittoriche e di vita.

    1. musa inquietante ha detto:

      Sono parole davvero bellissime, penso che anche gli artisti in questione apprezzerebbero la tua lettura delle loro opere… grazie per averla condivisa sul blog…

      1. fulvialuna1 ha detto:

        Grazie a te che mi dai modo di conoscere ed esprimere

  4. Muninn libri ha detto:

    Ho usato un due opere per accompagnare dei miei articoli che parlavano di libri, una di Friedrich e una di Turner. La prima accompagnava la recensione di “La Sfinge dei ghiacci” di Jules Verne. La seconda “Le avventure di Gordon Pym” di Edgar Allan Poe….passerò volentieri di qui…:)

    1. musa inquietante ha detto:

      Ne sono davvero felice, e mi sembrano delle associazioni perfette!!! sei sempre il benvenuto!!!!

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