Ma chi è Matteo? Controversie iconologiche intorno alla Vocazione del Caravaggio

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Il post su Giorgione ha dato vita ad un interessantissimo scambio di opinioni, quindi oggi ho deciso di proporvi un’ altra avveniristica teoria, sorta negli anni Ottanta dello scorso secolo e ripresa poco tempo fa.

“Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.” Mt. 9,9. Questo è il passo protagonista di una bellissima opera di Michelangelo Merisi da Caravaggio: la Vocazione di San Matteo. Per secoli non ci si è interrogati sull’identità dell’apostolo in questione, si dava per scontato che fosse quello maturo, barbuto, ben vestito, al centro della scena.

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L’uomo fa un gesto con la mano, e la tradizione ha sempre visto in quel gesto un voler indicare se stesso. Ma, osservando senza preconcetti l’opera, siamo proprio sicuri che sia così?

Evidentemente non tutti sono dello stesso avviso, e nel 1985 Andreas Prater rende nota, in un saggio pubblicato sul “Pantheon”, la sua audace interpretazione. Riassumiamola brevemente…

Nel 1599 i rettori di San Luigi dei Francesi concludono un contratto con l’artista, per l’esecuzione delle due immagini laterali nella cappella Contarelli. Questi alcuni stralci del suddetto contratto: “ Al lato destro dell’altare, cioè alla banda del vangelio, si facci un quadro alto palmi dicesette et largo palmi quatordici di vano, nel quale sia mededimam[en]te dipinto San Matteo dentro un magazeno, o ver, salone ad uso di gabella con diverse robbe che convengono a tal officio con un banco come usano i gabellieri con libri et danari in atto d’haver riscosso qualche somma o, come meglio parera. Da qual banco di San Matteo, vestito secondo che parera convenirsi a quell’arte, si levi con desiderio per venire a N. S.re che passando lungo la strada con i suoi discepoli lo chiama all’apostolato; et nell’atto di san Matteo si ha da dimostrare l’artificio del pittore, como anco nel resto”.

Nel testo del contratto si parla chiaramente di uno spazio interno per l’apostolo e di una strada per Gesù, ma osservando l’opera, che a primo acchito sembra proprio riprodurre un ambiente interno, notiamo l’ angolo esterno di un edificio, a sinistra dell’immagine, dietro la figura del vecchio all’ impiedi. Quindi la scena potrebbe svolgersi davanti e non dentro la casa. La luce stessa non proviene dalla finestra, ma da un punto indefinito in alto a destra.

In questo fuori rigirato verso l’interno, come lo descrive Prater, ci sono cinque uomini riuniti intorno ad un tavolo di legno, su cui sono rappresentati libri di conti, una borsa, penna e calamaio, e ovviamente monete. Al di sotto della fascia illuminata, sull’estrema destra, il Cristo, parzialmente coperto da un uomo anziano e scalzo, indica qualcuno di fronte a sé, qualcuno seduto al tavolo. Non c’è segno che possa ricondurre ad una strada, non sembra che Gesù stia passando di lì con gli apostoli, anzi, l’altro personaggio pare avvicinarsi dalla parte opposta dello spazio. Questa improvvisa quanto misteriosa apparizione sorprende gli uomini al tavolo, e tre di loro si voltano sbalorditi verso Gesù. Altri due invece, continuano tranquillamente a fare ciò che stavano facendo: il vecchio con gli occhiali e il giovane che conta le monete, all’estremità opposta della rappresentazione.

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Secondo il contratto Matteo doveva essere colto nel momento in cui si alzava dal tavolo, desideroso di unirsi ai discepoli di Cristo. Ma nessuno dei personaggi risponde ad una tale richiesta. Il Matteo della tradizione sembra piuttosto arretrare; il ragazzo con le piume sul cappello guarda Cristo perplesso, mentre quello di spalle all’osservatore sembra voler alzarsi dallo sgabello. Nonostante abbia la spada, elemento iconografico tradizionale di Matteo, costui non può essere l’apostolo perché è troppo vicino a Gesù, il cui gesto lo scavalca chiaramente.

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Il testo biblico non dà molti spunti, essendo parecchio breve, ma se davvero ci fossero state altre persone al momento della chiamata (come prevedeva il contratto) e Cristo avesse pronunciato davvero solo la parola seguimi, sicuramente la gente si sarebbe chiesta a chi l’uomo si stesse rivolgendo. Caravaggio rappresenta proprio questa insicurezza nei suoi personaggi. L’anziano al centro con il gesto della mano non sembra proprio indicare se stesso, infatti l’indice punta a sinistra, verso il giovane a capotavola; sembra che dica “intendi me o lui?”.

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Sappiamo che Matteo era un esattore delle tasse, e se osserviamo attentamente le mani che maneggiano i soldi sul tavolo, notiamo che la mano del personaggio centrale sta evidentemente poggiando la moneta, come se pagasse un dazio.

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L’azione è seguita attentamente dal giovane a capotavola, che invece sembra raccogliere i soldi. E’ lui dunque a riscuotere le imposte. Di conseguenza gli altri personaggi potrebbero essere commercianti. Il Vangelo dice chiaramente che Matteo era gabelliere (Mt 10,3), una casta disprezzata al pari degli usurai. Matteo era un pubblicano, e lavorando con i soldi era considerato un peccatore. Infatti, il giovane uomo a capotavola tiene seminascosto un borsello sotto il braccio, simbolo dell’attaccamento ai beni materiali, e quindi alla vita peccaminosa da cui Cristo lo avrebbe strappato. Caravaggio ha chiaramente caratterizzato questo personaggio come malridotto e trasandato; il vestito è in disordine (a differenza degli abiti brillanti ed eleganti dei commercianti), la camicia esce fuori dai pantaloni, notiamo cedimenti delle cuciture in corrispondenza di spalle e braccia.

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Una grande profusione di particolari, al fine di caratterizzare quest’uomo come il più basso e meschino. Ciò depone a favore dell’identificazione del giovane con il futuro discepolo. In tale contesto ha senso ricordare che nel Vangelo, dopo la chiamata, Matteo invita Cristo nella sua casa, ed egli, accettando, risponde alle accuse rivoltegli dai farisei dicendo: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori affinché si convertano” (Lc 5,31-32).

Partendo dal presupposto che Matteo sia proprio lui, possiamo apprezzare la tensione spaziale tra Gesù e Matteo su cui si basa l’opera, posti agli estremi della composizione, come poli contrari. E’ come se il geniale pittore fotografasse l’attimo in cui la chiamata parte dalle labbra di Cristo ma non ha ancora raggiunto il destinatario.

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Dilata il momento appena precedente la presa di coscienza dell’apostolo, come se il messaggio insito nella parola di Gesù stesse coprendo la distanza tra i due protagonisti, diffondendosi lungo il tavolo. I commercianti, con i loro gesti e sguardi interrogativi, dimostrano di aver udito ma non compreso. Matteo invece sta prendendo atto del messaggio, ma data la sua portata non vuole ammettere di averlo udito. La “forza di gravità” del peccato lo blocca, coprendo così lo spazio evangelico tra “seguimi” e “allora si alzò”, di cui nelle Scritture non si parla. In questo vuoto Michelangelo Merisi riconosce lo stravolgimento interiore del discepolo, che porterà ad una svolta decisiva nella sua vita. E’ ciò che Maurizio Cecchetti chiama poetica dell’istante decisivo, che ferma il tempo nel momento in cui tutto è ancora possibile, in cui la scelta si sta per compiere e chi aspetta il responso è con il fiato sospeso. Contro ogni aspettativa, e in linea con il temperamento del pittore, Caravaggio decide di privare l’osservatore dell’acme della vicenda, optando per una maggiore attenzione nei confronti del travaglio che sta attanagliando l’animo di Matteo prima di accettare la vocazione. Noi che ammiriamo l’opera attendiamo con gli altri personaggi la reazione dell’uomo che, chino sui suoi denari, sta per prendere la decisione più importante della sua vita. Cosa farà? Egli è ancora profondamente irretito nel peccato, ma l’ attimo successivo tutto si farà chiaro e il giovane si alzerà per seguire Cristo. Ricordiamoci che anche Poussin riteneva Caravaggio il distruttore delle convenzioni iconografiche, sappiamo infatti che in molte opere l’artista opta per soluzioni che sono vere e proprie provocazioni rispetto al suo tempo, dietro cui nasconde sempre un preciso intento polemico (ne è un esempio La Madonna dei pellegrini..).

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Le radiografie dell’opera dimostrano che nel primo progetto il braccio di Gesù era in una posizione leggermente più rialzata, mentre la figura dell’apostolo che lo copre parzialmente è stata aggiunta in un secondo momento. Cecchetti pone la sua attenzione sulla diagonale tracciata dalla luce che taglia in due lo spazio e trova la sua parallela ribassata nella retta che unisce virtualmente lo sguardo di Cristo e il volto del capotavola, passando tangente alla parte inferiore della mano di Gesù e alla parte superiore di quella del Matteo “tradizionale”. Questa retta converge con quella che, partendo dalla mano di Pietro (probabilmente è lui il discepolo in piedi), corre tangente all’indice dell’uomo barbuto. Si crea dunque una freccia che punta verso l’uomo a capotavola, spingendo tutta la tensione della composizione verso di lui.

Ma perché il pittore dovrebbe decidere di dissimulare le sue intenzioni, confondendo i ruoli e offrendoci un “falso Matteo”? In realtà, essendo la sua prima opera per uno spazio pubblico, Caravaggio si comporta ancora da pittore di quadri da galleria e di genere. La fruizione privata del quadro è diversa, perché è più ravvicinata e attenta ai dettagli. Solo guardando in quest’ottica la Vocazione, con un occhio attento agli effetti nascosti, si potevano comprendere le vere intenzioni dell’artista. La scarsa luce della cappella, nel XVII secolo, rendeva davvero difficile una tale attenzione per i dettagli. Di qui la lettura sommaria che dettero i contemporanei, e la facile identificazione di Matteo con il personaggio maggiormente illuminato.

Questa è per sommi capi la teoria dello studioso. Affascinante quanto azzardata, si scontra con una lettura tradizionale fortemente consolidata. Ognuno di voi si faccia la propria opinione, e tenete presente le parole di Maurizio Cecchetti: “..si sente più che mai il bisogno di uscire da schemi critici talvolta logori ma perpetuati in ossequio a maestri le cui idee forti rischiano di diventare nuovi pregiudizi.”… BUON DIVERTIMENTO!!!😉

 

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15 risposte a Ma chi è Matteo? Controversie iconologiche intorno alla Vocazione del Caravaggio

  1. Gintoki ha detto:

    Grandissimo articolo, come sempre, tra l’altro su un pittore che mi ha sempre appassionato e affascinato. Interessante analisi, un capovolgimento di prospettiva. Identificare Matteo nel quadro è stata stata una cosa data per scontata, ma i particolari emersi dalla teoria lasciano veramente spazio a dubbi.

    Complimenti ancora.

    • musa inquietante ha detto:

      Grazie mille per i complimenti!
      Effettivamente questa lettura di Prater è suggestiva e non priva di basi. Ovviamente la si può vedere come sbagliata o plausibile, ma di certo è molto affascinante, e gli stessi detrattori dello studioso hanno però ammesso che la lettura di quest’opera non è affatto lineare!!

  2. mokassino ha detto:

    Grazie perchè spieghi bene le cose. Leggendo l’Argan non ho mai capito una cippa. E a me il Caravaggio piace molto.
    In questo caso, mi sembra di poter concordare con l’interpretazione del Prater. Marco tiene in mano il malloppo ed è così assorto e concentrato su mammona che non riesce nemmeno a guardarsi intorno e verificare se esistano altre ricchezze oltre i soldi. Anche le persone che gli sono intorno per lui non hanno valore, è come se non esistessero.

    • musa inquietante ha detto:

      Sai, io non so se Prater abbia ragione o meno, e sinceramente nemmeno i suoi più furenti detrattori hanno la verità rivelata. Fatto sta che la prima volta che vidi l’opera, senza sapere nemmeno il nome o cosa rappresentasse, la mia attenzione fu calamitata dal personaggio all’estrema sinistra, perché è iconologicamente più forte e misterioso… Quello al centro è talmente banale che mi dispiacerebbe parlare con Caravaggio e scoprire che proprio lui è Matteo…😉

    • musa inquietante ha detto:

      Comunque l’Argan non è semplice nemmeno per gli addetti ai lavori, tranquillo!!!

  3. Marco Cavallaro ha detto:

    Non sono sorpreso. La semplice visione empirica del dipinto porta alle stesse conclusioni. Il dito parallelo al corpo non può indicare se stesso, la raccolta, evidente, di denari è necessariamente dell’esattore, la scarsa attenzione alla chiamata è tipica di chi non l’aspetta. Quindi…

    • musa inquietante ha detto:

      Sì sono pienamente d’accordo con te, è una teoria ben posta e che fa riflettere, per questo è giusto conoscerla… Oltretutto a me piace pensare che Caravaggio abbia dato una lettura molto più umana e complessa dell’episodio, sarebbe in linea con tutta la sua arte!!!

  4. fulvialuna1 ha detto:

    Caravaggio, artista affascinante e oscuro…come parte delle ombre che dipingeva. Avvallo lo stesso pemnsiero di Marco cavallaro. Grazie per queste tue “lezioni”.

    • musa inquietante ha detto:

      mi piace pensarle più come conversazioni artistiche!!!! e le conversazioni sarebbero solo tristi monologhi senza di voi, che anche solo leggendo il post date un riscontro e rendete vive queste parole!!!

    • Marco Cavallaro ha detto:

      Trovo strana la tua idea del dipingere le ombre. Io sono cresciuto con il ‘fiat lux’ e di conseguenza si afferma la lux sul buio. Le ombre per me sono solo un sottoprodotto della luce. Ma ci rifletterò ulteriormente valutando i tempi che sembrano considerare, il buio, prevalente.

  5. lois ha detto:

    Ormai da qualche decennio tutti i grandi studiosi caravaggeschi si dispongono a favore di questa versione, Levi d’Alfeo (Matteo dopo la vocazione) èil personaggio che conta le monete, mentre quello che solleva la mano lo fa proprio per indicare il protagonista prossimo alla vocazione. Il ciclo della cappella Contarelli è il primo grande impegno pubblico di Caravaggio a Roma e lui lo svolse splendidamente a partire dalla pala d’altare la cui prima versione, distrutta a Berlino durante la guerra (e secondo me migliore di quella attuale), fu inmediatamente rifiutata per la sconcezza di avere “un contadino analfabeta” nella chiesa dei Francesi. La Vocazione, è il manifesto della pittura moderna del Caravaggio, il taglio di luce che ci guida dalla finestra “cieca” attraverso la mano di Cristo fino a Matteo è la sintesi di quel “fotogramma” che ha immortalato l’attimo stesso protagonista delle storie, anticipando di gran lunga l’invenzione del cinema come scritto nei saggi di Calvesi e di Bologna.

    PS concordo con voi sulla “questione Argan”, ma quello è un testo che ci impongono come libro di testo, in realtà secondo me dovrebbe costituire un “sostegno” filologico agli studi manualistici!

    • musa inquietante ha detto:

      Sì in realtà la vecchia guardia attacca ancora potentemente questa teoria, con argomentazioni che mi lasciano spesso perplessa… concordo con il fatto che l’Argan non possa essere usato come manuale di storia dell’arte.. per qualcuno che si volesse avvicinare alla materia consiglierei il Gombrich…

    • musa inquietante ha detto:

      Bellissimo commento comunque, grazie per aver arricchito il mio post, sono considerazioni vere e interessantissime… hai tracciato un quadro (e scusa il gioco di parole) stupendo di Caravaggio…

  6. melodiestonate ha detto:

    non ho mai letto un blog interessante come il tuo e con una spiegazione perfetta…..grazie e complimenti…..Sara

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