“Il mare – questa è la mia vita” (PARTE 3)

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Parte1: https://musainquietante.wordpress.com/2013/08/21/il-mare-questa-e-la-mia-vita-parte-1/

Parte2: https://musainquietante.wordpress.com/2013/08/25/il-mare-questa-e-la-mia-vita-parte-2/

La metà del XIX secolo segnò una trasformazione della cultura europea, dovuta all’evolversi degli scenari politici.

I moti europei e la tragica conclusione della guerra di Crimea, che aveva fomentato l’opposizione al regime autocratico degli Zar, mutarono radicalmente l’atmosfera culturale russa. Il Romanticismo era ormai declinato e dalle sue ceneri un nuovo stile cercava di farsi strada, a dispetto della strenua opposizione delle istituzioni.

Il 9 novembre 1863, i quattordici migliori allievi dell’Accademia Imperiale delle Arti, ammessi al concorso per la prima medaglia d’oro dell’Accademia, richiesero al Consiglio di sostituire il tema della  competizione (“La festa del dio Odino nel Walhalla”, tratto dalla mitologia norrena),  con un tema liberamente scelto dallo stesso artista. Ottenuto un rifiuto dal Consiglio, gli artisti lasciarono l’Accademia. Questo evento passò alla storia come “l’ammutinamento dei Quattordici”. Successivamente i “ribelli” organizzarono  una società artistica indipendente conosciuta con il nome di Peredvizhniki.

Prendendo le mosse dallo spirito Romantico nazionale, ma sviluppandolo secondo le nuove ideologie realistiche di origine francese, gli Ambulanti ritrassero i poliedrici aspetti della vita sociale, spesso criticando disuguaglianze e ingiustizie. Ma la loro arte mostrò anche la bellezza della semplice vita popolare, non solo la sofferenza, ma anche forza d’animo della gente russa. I Peredvizhniki condannarono gli aristocratici e il governo autocratico. Furono la voce del movimento di emancipazione del popolo russo.

La nuova temperie culturale pose l’ennesima sfida all’artista di Theodosia: riuscire a modernizzare in senso realistico la sua rappresentazione del mare, senza però compromettere l’afflato romantico che dava vita alle sue onde, a costo di perdere il posto tra i protagonisti della pittura russa.

Il mare doveva dimostrarsi all’altezza di poter essere rappresentato in un modo aderente alla realtà, e contemporaneamente animato dell’amore incondizionato che il pittore nutriva per esso. In poche parole doveva essere in grado di racchiudere in sé due spinte culturali apparentemente distanti.

Una delle ultime opere dell’artista, “Tra le onde”, ci dimostra che anche questa sfida lanciata al mare fu vinta dal pennello di Ajvazovskij.

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L’ arte del pittore, nella prima metà del secolo, era caratterizzata da una grande luminosità cromatica della tavolozza, che comprendeva una vasta gamma di sfumature di giallo, arancione, i colori rosa e viola nel cielo, in combinazione con verde, blu e viola dell’ acqua. La policromia dei suoi maggiori dipinti suona come un inno gioioso al coraggio dell’uomo che vince la paura delle tempeste, e alla maestosità terribile ma affascinante del mare.

Alla luce dei nuovi risvolti culturali però, le sue opere apparivano troppo teatrali. 

Agli inizi del 1870 quindi, lo stile di Ajvazovskij, sotto gli influssi dell’arte degli “Ambulanti”, si rinnovò. Il pittoresco un po’ zuccherino dei suoi primi lavori fu sostituito da una visione più realistica del mondo.

Il pittore si rivolse a un rapporto di colori tenui, ad una rappresentazione quasi monocromatica. Scelse appositamente di osservare il mare in giornate cupe, in cui i i riflessi dell’acqua non brillano come un arcobaleno, e il confine tra mare e aria si perde in una nebbia grigia.

L’ artista utilizzò una colorazione più sottile, come se avesse cominciato a guardare il mare con occhi nuovi e più esigenti.

La tensione romantica non lasciò mai le sue tele, ma assunse un carattere severo, più contenuto.

Tutto ciò è visibile nell’opera in questione, uno studio approfondito esclusivamente del moto ondoso.

Essa riflette il desiderio di brevità i colori, di specificità dell’immagine. Con grande abilità il pittore catturò l’immensa distesa del mare, le onde di schiuma bianca abbagliante, l’aria satura di umidità, la luce solare che trafigge l’aria.

Sulla cima della grande tela rappresentò solo una stretta striscia di un cielo plumbeo attraversato da nuvole rapide. Tutto lo spazio rimanente è occupato dalle onde di un mare in tempesta. Un raggio di sole, attraversa le nuvole e annega nel profondo del mare. Ondate di schiuma, mosse da un turbine furioso, raggiungono l’osservatore in modo quasi realistico. Protagonista della composizione è l’onda centrale con schiuma bianca come la neve su un crinale, completamente penetrata dalla luce del sole.

Come la maggior parte delle sue opere, il quadro Tra le onde nasce dall’ improvvisazione. Tutto in esso è poesia, una speciale armonia musicale, di Puskiniana memoria.  L’opera esprime magnificamente la bellezza plastica del mare in tempesta. L’artista sembrava aver esplorato a fondo ogni minima flessione di un’onda, ogni guizzo leggero di schiuma, ma questa cura per il dettaglio non gli impedisce di creare un paesaggio in cui il suo spirito possa specchiarsi, in modo da creare un immagine eroica e al tempo stesso penetrante e lirica del mare.

Ma gli anni Settanta videro anche i nuovi pittori e le nuove tendenze artistiche entrare direttamente nella vita di Ajvazovskij, attraverso un’opera che segna un’altra conquista della sua storia personale, nonché della storia artistica dell’elemento marino: l’ Addio al mare di Puskin.

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Da sempre arte e letteratura sono state reciprocamente attratte, ora lodandosi a vicenda, ora duellando su quale disciplina avesse maggior dignità. Dai tempi di Luciano di Samosata e Apelle[1], le due arti sono state l’una ispirazione dell’altra, si sono intrecciate e fuse creando così la nostra multiforme cultura. Anche nell’Ottocento affinità elettive unirono menti fuori dal comune come Constable e Wordsworth[2], ma in questo secolo interlocutori prediletti dei poeti furono i paesaggisti, proprio perché nutrivano gli stessi sentimenti estatici e traevano la propria linfa vitale dalla stessa musa: la Natura.

Ajvazovskij fu presentato ad Alexander Puskin durante la mostra accademica del 1836, e da allora, per tutta la sua vita,  egli venerò il poeta. I due artisti avevano molto in comune, ad esempio la purezza di stile, il linguaggio espressivo cristallino, l’armonia delle forme e il contrappunto di luci e ombre (fatte di luce anch’esse). Erano entrambi straordinari esploratori dell’animo umano, e il loro stile procedeva dall’incantesimo al ritmo, dal ritmo alla sublimazione e all’amore, in un misterioso intreccio di suoni e forme. Entrambi non furono grandi sperimentatori, ma elaborarono un sistema poetico con estrema coerenza e fedeltà. Entrambi avevano il dono dell’armonia, dell’essenzialità espressiva. Dotati di una precocità artistica estrema, la loro infanzia fu caratterizzata dalla multiculturalità e dall’apertura alle nuove idee occidentali, introiettate e trasformate dagli artisti in attitudine mentale. Come le storie circa le gesta eroiche del popolo greco accendevano la fantasia del pittore, così le antiche fiabe e le storie popolari raccontate dalla balia stregavano l’immaginazione del piccolo poeta. Puskin aveva Byron come modello, soprattutto a partire dagli anni Venti, ma solo per quanto riguarda la scelta degli argomenti e la disposizione della materia poetica. Lo stile vero e proprio della sua arte resta classico, esattamente come i toni eroici e romantici dell’animo di Ajvazovskij sono filtrati dalla formazione classica che il pittore non rinnegherà mai.

In particolare la terza fase della poesia di Puskin, corrispondente al suo esilio meridionale (1820/24), è caratterizzata dall’ approfondimento dello studio di Byron, che va di pari passo con una maggiore meditazione sulla natura e sul destino. Il paesaggio notturno, il mare, la notte meridionale animano i suoi pensieri e le sue poesie. La fonte essenziale della sua ispirazione è la natura, ma non immobile, bensì viva e incoerente. Al poeta piace la natura in movimento, soprattutto il temporale e la bufera: “Ridatemi tempeste, ridatemi bufere di neve,/ ridatemi le lunghe tenebre/ le notti d’inverno[3]. Questi sono per lo scrittore simboli della vita, e alla vita nessuno può opporre resistenza. Ogni minima parte della natura è segno di questa vita e le stagioni non sono altro che la sua continuità, lo scandire dell’esistenza limitata ma anche immortale. Queste poche riflessioni rendono evidente la profonda affinità a livello artistico ma soprattutto spirituale tra i due russi, un’affinità che la tragica morte prematura di Puskin non affievolirà. L’eco dei suoi versi immortali risuoneranno nelle tele di Ajvazovskij fino alla fine, mantenendo saldo il suo spirito romantico nonostante le rivoluzioni culturali. Anzi, probabilmente il pittore sentì che, in un momento di nuovi stimoli, nuove idee e scrittori agguerriti, fosse suo precipuo dovere mantenere vivo il ricordo del grande poeta.

Così decise di tradurre su tela una bellissima elegia di Puskin, che sembrava sgorgare proprio dall’animo del pittore, in una estatica simbiosi artistica come ce ne furono poche: “Al mare”.

In quest’opera il poeta accosta all’immensità del mare la solennità pensosa di alcuni eventi della storia recente, come la morte di Napoleone a Sant’Elena e, nel 1824, la morte del suo ispiratore Byron.

Addio, libero elemento!

Per l’ultima volta davanti a me

Tu fai scorrere le onde azzurre

E risplendi di orgogliosa bellezza.

 

Come il malinconico mormorio di un amico,

Come il suo richiamo nell’ora dell’addio,

Il tuo triste rumore, il tuo rumore che invoca

Io l’ho sentito per l’ultima volta.

 

Meta desiderata della mia anima!

Come sovente lungo le tue rive

Ho errato cheto e cupo,

Oppresso da una sacra idea!

 

Come ho amato i tuoi richiami,

I sordi suoni, la voce dell’abisso

E il silenzio nell’ora della sera,

E le tue capricciose raffiche!

 

La pacifica vela dei pescatori,

Custodita dal tuo capriccio,

Scivola maestosa fra le onde:

Ma tu ti sei messo a giocare, incontenibile,

E affonda uno sciame di vascelli.

 

Non sono riuscito ad abbandonare per sempre

La riva immobile, a me noiosa,

A salutarti con gli entusiasmi

E a dirigere sui tuoi flutti

La mia corsa poetica!

 

Tu mi aspettavi, mi chiamavi… io ero incatenato;

Voleva strapparsi l’anima mia :

Incantato da una potente passione,

Io rimasi presso le rive…

 

Che cosa rimpiangere? Dove ora dovrei

Dirigere il mio spensierato cammino?

Un solo oggetto nel tuo deserto

Stupirebbe la mia anima.

 

Una roccia, sepolcro della gloria..

Là si sono immersi nel freddo sonno

I giganti del ricordo:

Là si è spento Napoleone.

 

Là egli è morto fra i tormenti.

E dopo di lui, come rumore di tempesta,

Un altro genio è galoppato via da noi,

Un altro dominatore delle nostre menti.

 

E’ scomparso, pianto dalla libertà,

Lasciando al mondo la sua ghirlanda.

Rumoreggia, agitati in tempesta:

Egli è stato, mare, il tuo cantore.

 

La tua immagine era impressa in lui,

Egli è stato creato dal tuo spirito:

Come te, potente, profondo e tenebroso,

Come te, non domabile da niente.

 

Il mondo è rimasto vuoto… Ora, dove

Mi dovresti portare, oceano ?

Il destino degli uomini è ovunque lo stesso:

Dove c’è il bene, là, già di sentinella

C’è la civilizzazione o il tiranno.

 

Addio dunque, mare ! Non dimenticherò

La tua trionfale bellezza

E a lungo, a lungo, io udirò

Il tuo rombo, nelle ore della sera.

 

Nei boschi, nei deserti silenziosi

Porterò, colmo di te,

Le tue rocce, i tuoi golfi,

E lo scintillio, e l’ombra, e la parola delle onde.

 

Come avrebbe potuto Ajvazovskij, che amava il mare sopra ogni altra cosa, restare indifferente o dimenticare un’opera del genere? In omaggio al grande poeta, il pittore decise di ritrarlo nell’atto di dire addio al mare, proprio come Napoleone e Byron prima di lui, ponendolo quindi nella stessa solenne linea di successione. E per fare ciò chiese aiuto proprio ad un rappresentante della nuova temperie culturale, un pittore “ambulante”, Il’ja Efimovič Repin[1].

Uno dei migliori ritrattisti russi della seconda metà del secolo, Repin si era laureato all’Accademia di San Pietroburgo con medaglia d’oro, aveva svolto il viaggio studio in Europa e, al suo ritorno, era entrato nei Peredvizhniki.

Una scelta quindi emblematica quella di Ajvazovskij, di affidare al rappresentante più significativo della nuova tendenza artistica, che aveva ritratto molte importanti personalità del momento, l’incarico di dare un volto al grande poeta del cinquantennio precedente, in un contesto sicuramente smorzato delle tinte più romantiche, ma poetico e lirico quanto i versi a cui fa riferimento.

Su uno scoglio sferzato dal mare in tempesta, sotto un cielo che riflette i colori brumosi delle onde, una figura vestita di nero sfida il forte vento per porgere i propri saluti alla furia degli elementi.

Una mano appoggiata alla roccia per mantenere l’equilibrio, mentre l’altra regge il cappello, un gesto ossequioso da un lato, ma anche necessario affinché non voli via. I capelli arruffati dalla dal vorticare dell’aria incorniciano un volto la cui espressione non tradisce né malinconia, né paura o preoccupazione. È lo sguardo di un uomo che ama ciò che vede, che sta gustandosi l’impareggiabile spettacolo della natura, che si sente vivo nello scatenarsi della tempesta. Attraverso gli stessi occhi, pittore e poeta guardano il mare, pittore e poeta amano il mare.

La nuova tavolozza di Ajvazovskij, dove i colori sono stemperati da una tinta grigia che ne attutisce la luminosità, non impediscono tuttavia allo spirito romantico di invadere la scena e di arrivare direttamente nel cuore dello spettatore. Tutto è passione, fantasia, sogno ed eroismo in questa scena.

L’elegia si specchia nella tela per riscoprirsi pittura, il poeta continua a vivere negli occhi e nell’arte del pittore. Il mare, ancora una volta, si è rivelato degno portavoce di un difficile connubio.

Ma lo spirito poetico di Puskin non si esaurisce nei ritratti postumi, bensì pervade magicamente la pittura di Ajvazovskij. In particolare quando il pittore ritrasse le terre del sud, che avevano ospitato l’esule poeta e lo avevano profondamente ispirato.

Qui, nell’oro scintillante di cielo e acqua, negli edifici al chiaro di luna, nelle sagome delle statue romantiche, nella combinazione di colori, sentiamo quella stessa visione del sud bella ed esotica che ispirò molte delle poesie di Puskin.

In particolare, nei lirici notturni lunari, sembrano riecheggiare i versi romantici del grande scrittore, come una melodia che sboccia soave dal ceruleo fulgore della placida luna, per poi diffondersi nella frizzante aria serale acquietando gli animi che ancora indulgevano alla veglia.

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L’arte di Ajvazovskij è completa ed assoluta espressione del suo tempo e, come l’artista stesso, non sopravvisse al volgere del secolo. Tanto successo avevano ottenuto le sue suggestive marine tra i fruitori ottocenteschi di ogni nazionalità ed estrazione sociale, ma altrettanto facilmente fu dimenticato dalle generazioni successive. La situazione socio politica era diversa, ed esigeva altro dall’arte, la cultura contemporanea privilegiò la memoria di altri pittori. Ajvazovskij con le sue marine rispecchia allora in modo totale il percorso dell’ideale romantico, dal suo massimo fulgore, al suo scricchiolare sotto i colpi della visione realista, al suo inesorabile declino. La sua decisione di proseguire coerentemente lungo la propria strada, senza aggiornarsi più di tanto, accettando solo in parte il confronto con le nuove istanze culturali, ha condannato il pittore a rimanere “intrappolato” nel proprio tempo, a riprova che non si può scindere la cultura dal contesto sociale, storico e politico a cui appartiene.


[1] (Čuguev, 5 agosto 1844 – Repino, 29 settembre 1930) è stato un pittore e scultore russo. La sua opera rappresenta una delle più significative manifestazioni della cultura artistica russa della seconda metà del XIX secolo. Per l’ampiezza della comprensione degli aspetti della vita e del loro riflesso sull’arte, per la varietà di interessi, non ha eguali nella pittura russa precedente e contemporanea.


[1] La Calunnia, un dipinto allegorico che Luciano di Samosata citava tra le opere del pittore antico Apelle, realizzato in risposta a un’accusa calunniosa di aver cospirato contro Tolomeo Filopatore che lo aveva riguardato, venne ridescritto da Leon Battista Alberti nel De pictura con alcune semplificazioni e poi riportato alla vita, visualmente parlando, da Sandro Botticelli nel 1496.

[2] K. Clark, Il paesaggio nell’arte, pag. 97

[3] Puskin, A. Opere, Ed. Mondadori, Milano, 1990, pag. 7

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4 risposte a “Il mare – questa è la mia vita” (PARTE 3)

  1. fulvialuna1 ha detto:

    Grae ancora per queste descrizioni e immagini. C’è sempre da imparare.

  2. reader ha detto:

    adoro tutti i tuoi post! sei continua fonte di ispirazione, sia per le immagini…. che per le descrizioni. Spero continuerai a scrivere ancora

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