“Il mare – questa è la mia vita” (PARTE 1)

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Così Ivan Konstantinovič Ajvazovskij, nell’ autobiografia, spiega il motivo per il quale i due terzi della sua produzione artistica hanno per soggetto questo elemento naturale[1]. La scelta che pochi decenni prima gli sarebbe valsa solo delle committenze minori e in ambito puramente decorativo, nell’Ottocento si dimostrò vincente, portando il pittore russo ai vertici della notorietà e procurandogli estimatori tra gli uomini più potenti del periodo.

Il primo acquirente importante, che non molti artisti possono vantare, e sicuramente ancor meno paesaggisti, risale alla prima fase della sua vita, e precisamente al momento in cui, dopo un lungo iter di formazione, finalmente Ajvazovskij comprese quale fosse la sua vocazione artistica.

Si tratta di Chaos, la Creazione, opera esibita in una mostra di Roma nel 1840,  di cui si innamorò il Papa in persona, aggiungendola alle pareti delle Sale Vaticane, accanto quindi ad opere di pittori del calibro di Raffaello.

Ma prima di descrivere questa suggestiva tela, dobbiamo comprendere il percorso che portò Ajvazovskij ad esprimere addirittura la genesi del mondo, tema fondamentale nelle religioni semite, attraverso l’elemento marino.

La passione per il mare, le navi e gli ideali romantici, che animeranno ogni sua tela, sono da ricercare nell’infanzia dell’artista, vissuta a Theodosia, una piccola città della Crimea dal passato glorioso.

Importante centro di comunicazione e commercio sotto Genova e, dal XV al XVIII secolo, uno dei porti principali dell’Impero Turco, il centro, seppur ridimensionato, aveva durante l’Ottocento una vita molto attiva, con navi da guerra e commerciali che attraccavano quotidianamente e gente di ogni provenienza che riempiva strade e locali.

Il padre dell’artista, di origine armena, si era stabilito nella cittadina russa all’inizio del secolo. Era un uomo relativamente colto che conosceva diverse lingue orientali, e che giocò un ruolo significativo nella vita commerciale della città. Purtroppo l’epidemia di peste che colpì Theodosia nel 1812 distrusse la sua attività, e quando Ivan nacque, nel 1817, la famiglia era già caduta in disgrazia. Così il pittore, giovanissimo, lavorava nel coffee-shop di Theodosia, ravvivato da chiacchiere in molte lingue diverse: italiano, greco, turco, armeno e tartaro. La mente avida di conoscenza del ragazzo assorbì tutti i luoghi colorati e i suoni che la cittadina cosmopolita aveva da offrire.

Il ragazzo aveva anche un ottimo orecchio e ben presto imparò a suonare con il violino melodie popolari. Fu il disegno, però, che catturò l’immaginazione del piccolo Ivan: la mancanza di altri materiali lo portò ad esercitarsi a carboncino sulle pareti della città imbiancate a calce.

Questi disegni attrassero l’attenzione del governatore che, riconoscendone il talento, aiutò Ajvazovskij ad entrare alla scuola superiore di Simferopol e,  nel 1833, all’Accademia d’Arte di San Pietroburgo.

L’atmosfera dei primi anni di vita fu dunque particolarmente stimolante, e nella sua autobiografia il pittore ricorderà come sia nato in questo modo il suo spirito romantico.

Infatti in quel periodo Ajvazovskij venne a conoscenza della battaglia greca per la liberazione dalla Turchia. Il giovane era affascinato dalle gesta degli eroi nazionali. La prima immagine che  vide, quando scoccò in lui la scintilla d’amore per la pittura, furono le litografie, raffiguranti le gesta degli eroi degli anni Venti, che combattevano contro i Turchi per la liberazione della Grecia. Più tardi venne sapere che tutti i maggiori poeti europei, da Puskin, a Hugo, a Lamartine, si erano espressi a favore dell’eroismo greco. Gli exploit romantici degli eroi che hanno combattuto in mare, le loro storie a metà tra realtà e leggenda, alimentarono la creatività di Ajvazovskij e formarono molte caratteristiche basilari della sua poetica.

Il pittore quindi giunse a San Pietroburgo con solo due “bagagli”: il mare della sua terra d’origine e i sentimenti d’ammirazione che eroi e battaglie navali destavano nel suo cuore.

Giunto in Accademia, Ivan non trovò immediatamente la sua strada. Iniziò con lo studiare le opere di antichi maestri, tra cui i pittori olandesi di marine e Lorrain hanno giocato un ruolo fondamentale nel successivo evolversi della sua pittura. I primi perché alimentarono quell’amore infantile per i velieri e le imbarcazioni da guerra, che lo porterà a diventare, qualche anno dopo, il pittore ufficiale della Marina Imperiale Russa. Il secondo perché, con il suo stile poetico, gli insegnò a vedere l’ “anima” del paesaggio.

Il periodo di studio a San Pietroburgo coincise  con una fase confusa e per molti versi contraddittoria della storia russa. Dopo la rivolta dei Decabristi del 1825, repressa nel sangue, lo Zar Nicola I inquadrò la società in una struttura rigidamente controllata, applicando la censura su pubblicazioni e su tutti gli aspetti della vita pubblica, e controllando rigidamente il sistema educativo[2]. Quindi, se da un lato era un periodo di duro regime e di stagnazione politica, dall’altro era caratterizzato da una grande fioritura della cultura russa, iniziata dopo la guerra napoleonica del 1812, e dal diffondersi di ideologie liberali di stampo occidentale, attraverso intellettuali come Puskin, sospettato di complicità nella rivolta del 1825.

Negli anni Trenta la vita culturale russa era vivace e varia, si erano rafforzati i contatti con il resto del mondo e l’Accademia aveva perso il proprio monopolio artistico, permettendo una maggiore libertà di espressione.

All’interno dell’Accademia i canoni del classicismo, strettamente legati alle idee di dovere civico e di patriottismo, erano ancora determinanti, ma erano altrettanto riconoscibili i nuovi fermenti romantici.

Il grande successo di Karl Briullov, il maggiore e più dotato rappresentante della scuola accademica, con il suo Ultimo giorno di Pompei impressionò in modo durevole Ajvazovskij.

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Sia l’opera che lo stesso Briullov, nella cui arte convivevano tendenze realistiche e istanze romantiche[3], svolsero un ruolo importante nello stimolare lo sviluppo creativo del giovane pittore.

Inoltre, Ajvazovskij fu indirizzato verso una resa pittorica romantica dall’  insegnante della classe di paesaggio, M. Vorobyov, che inizialmente sviluppò la tradizione del vedutismo classico nello spirito del paesaggio romantico, per poi approdare ad un realismo poetico che unisce oggettività descrittiva ed emozionalità[4]. L’importanza del maestro sulla pittura di Ajvazovskij è evidente nel suo interesse per la descrizione di un ambiente aereo luminoso, reso dall’attenuazione della forte scansione dei piani prospettici e dei contrasti di colore.

L’autunno successivo Ajvazovskij completò i suoi studi con medaglia d’oro, che gli dava il diritto ad un corso di studio all’estero a spese dell’Accademia. Tenendo conto della peculiare natura del suo talento, il Consiglio dell’Accademia prese una decisione insolita. Inizialmente l’artista doveva essere inviato in Crimea per due estati, al fine di esercitare le sue capacità nel genere pittorico prescelto dipingendo città costiere, e inviando quadri all’Accademia ogni anno. Solo successivamente sarebbe potuto partire per l’Italia.

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Nel 1840 finalmente partì per il suo viaggio studio alla volta di Roma.

Il sistema dei viaggi studio all’estero, per i sei studenti più meritevoli, era stato introdotto dal primo Presidente dell’Accademia, Ivan Ivanovič Šuvalov, un mecenate sotto il cui patrocinio questa fu fondata nel 1757.

L’orientamento filo–italiano dei viaggi era dovuto principalmente alla Rivoluzione Francese, che interruppe qualsiasi contatto tra Russia e Francia. Negli anni Venti si formò a Roma una vera e propria colonia di artisti, la cosiddetta “Famiglia Russa”, che instaurò un rapporto stretto quanto ambiguo con gli artisti locali, portando ad una reciproca influenza. Tracce di questo mutuo scambio si ritrovano nell’arte di Sil’vestr Feodosievič Ščedrin e di  Pitloo, fondatore della Scuola di Posillipo[5].

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Ed è proprio Scedrin ad avere un ruolo chiave nella formazione di Ajvazovskij negli anni italiani, sebbene “in negativo”.

Scedrin, morto dieci anni prima dell’arrivo di Ajvazovskij in Italia, nel 1820 aveva rotto con la tradizione accademica dei paesaggi. Le sue opere erano state dipinte direttamente “en plain air” e combinavano il realismo con un certo senso di poesia.

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L’anziano pittore era idolatrato da quei giovani artisti che ambivano a raggiungere la verità nella loro arte, e anche Ajvazovskij per un certo periodo subì il suo fascino.  Il principio alla base dello sforzo di  Scedrin era dipingere dal vero. Questo era il modo in cui Ajvazovskij aveva dipinto in Crimea e questo era il modo in cui cominciò a dipingere in Italia. Volendo scoprire il segreto dell’arte del suo predecessore, provò a dipingere un paesaggio esattamente dal suo stesso punto di vista (La Costiera nei pressi di Amalfi). Tuttavia, essendo un uomo di temperamento diverso e il prodotto di un’altra epoca, Ajvazovskij non poteva diventare un altro Scedrin.

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Il giovane talento russo, deluso dal risultato di questo esperimento, giunse infatti ad una conclusione: un dipinto può essere accurato e preciso, ma sarebbe sterile senza il pulsare della vita all’interno di esso. Lo spettatore avrebbe visto luoghi familiari e dettagli minuziosamente riprodotti, ma sarebbe rimasto indifferente a ciò che vedeva.

Invece di copiare direttamente dalla natura, quindi, Ajvazovskij cercò di creare un’immagine del mare filtrata attraverso la sua memoria. All’interno del suo studio accadde quasi un miracolo, era come se il mare avesse realmente cominciato a brillare e luccicare, di fronte ai suoi occhi,  mutevole nel suo movimento incessante. L’artista aveva scoperto il proprio metodo di rappresentare la natura a memoria anche senza studi preliminari, limitandosi a schizzi a matita frettolosi.

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Giustificando teoricamente il suo metodo, l’artista spiegò che il movimento degli elementi non poteva essere direttamente catturato dal pennello, sarebbe stato impossibile dipingere un fulmine, una folata di vento, o l’infrangersi di un’onda, direttamente dalla natura. Per questo motivo l’artista doveva attingere al ricordo e creare un’immagine personale del paesaggio che si accingeva a dipingere.

La sua fenomenale immaginazione romantica gli permise di impiegare questo metodo con maestria insuperabile. Allievo dell’ Accademia, Ajvazovskij non poteva liberarsi del tutto della tendenza a “migliorare” la realtà, e neanche tentò di farlo. Il metodo inventato dall’artistaImmagine adattava il suo linguaggio creativo  allo spirito dei tempi.

Con questi presupposti si giunse alla formulazione del dipinto in questione, “Chaos, la creazione”.

L’opera fa riferimento ai tre versetti iniziali del primo libro della Genesi, a sua volta primo libro della Torah ebraica e della Bibbia cristiana: “[1]In principio Dio creò il cielo e la terra. [2]Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. [3]Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu.[6]

L’opera di Ajvazovskij sembra catturare il preciso attimo in cui Dio pronuncia la frase “Sia la luce”, ossia il momento stesso in cui inizia la creazione del mondo.

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Difficilmente in passato si era rappresentato questo passo del racconto biblico, proprio perché la mancanza di esseri viventi lo rendeva assai poco interessante. Molto più abbondanti le scene della creazione di Adamo o del Peccato Universale.

L’antecedente più famoso al dipinto di Ajvazovskij era proprio a Roma, nel cuore dello Stato Pontificio: l’affresco di  Michelangelo Buonarroti, sulla volta della Cappella Sistina.

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La separazione della luce dalle tenebre, così come quella della terra dalle acque, è resa in modo allegorico. Il mare non esiste nella sua fisicità, anche perché Michelangelo fu uno degli artisti più restii ad indulgere in particolari paesaggistici. Viceversa l’elemento naturale è rappresentato da figure umane  avviluppate in un manto azzurro. Al centro campeggia, protagonista indiscussa, la figura di Dio, un possente, seppur anziano, uomo barbuto, che mima la separazione degli elementi aprendo le braccia, su uno sfondo indaco che fa genericamente riferimento al cielo.

Trecento anni più tardi le acque primordiali diventano protagoniste, insieme al cielo plumbeo. La divinità è rappresentata da una luce intensa che soverchia la figura antropomorfa. Dio dipana le tenebre con un gesto molto simile al divino michelangiolesco, mentre la sua calda luce disegna una scia netta sull’oscuro mare agitato, e la sua aurea disperde le nubi circostanti.

Particolare risulta l’alternanza di zone in luce e zone in ombra, tra cielo e mare. Alla scia luminosa che fende le acque corrisponde l’unica nuvola scura, in controluce rispetto a Dio, probabilmente perché posizionata su un diverso piano prospettico. Viceversa, alla luminosità del cielo circostante la figura di dio, corrispondono onde scure. La suggestione della tela è fondata proprio su questo contrasto netto tra due soli colori, indicanti proprio il dualismo luce – tenebra. La figura di dio non gioca un ruolo determinante, come nei secoli precedenti, bensì è la luce che emana, quindi un elemento “naturale”, a compiere il miracolo, squarciando l’oscurità della notte eterna precedente la creazione.

Sembra che in questa tela Ajvazovskij rappresenti visivamente ciò che in quegli stessi anni il suo amico e compatriota Gogol chiamava “amore per gli effetti”. Tra gli anni Venti e gli anni Quaranta dell’Ottocento infatti, un nuovo gusto per le catastrofi pervase l’Europa, di cui sono testimonianza opere come L’ultimo giorno di Pompei.

La tendenza alla drammatizzazione si esprimeva appunto, secondo lo scrittore russo,  nell’amore per gli “effetti” nati dalla lotta tra luce e tenebre[7].

La sfida che l’artista colse fu quella, mai pensata prima, di affidare un messaggio sacro, il messaggio più alto che l’arte potesse custodire, nella capitale del Cattolicesimo, al solo paesaggio, al contrasto tonale e cromatico, e ad elementi naturali poco indagati nella storia dell’arte precedente. Una sfida che Ajvazovskij non avrebbe potuto vincere se non ci fosse stato un mutamento culturale totale, che portava addirittura un Pontefice non certo progressista come  Gregorio XVI, a riconoscere in quel paesaggio, in quei colori decisi e in quelle forme così poco nette, la potenza, il miracolo della Creazione. Solo una radicata coscienza romantica poteva permettere ad un’istituzione così radicata nella cultura artistica rinascimentale tosco-romana, di emozionarsi alla vista di questa tela.

Il tripudio suscitato nella patria di Michelangelo dal paesaggista russo è la prova lampante che il paesaggio, nella prima metà dell’Ottocento, aveva assunto un ruolo dominante tra i generi pittorici, e che il mare era portabandiera di questo primato.


[1] Tutte le notizie relative a Ivan Kostantinovic Ajvazovskij sono tratte da fonti in russo del sito ufficiale del museo di Theodosia dedicato ad Ajvazovskij.

[2]  R. Pipes. La Russia. Potere e società dal Medioevo alla dissoluzione dell’ancien régime. Leonardo editore, Milano, 1992, pag. 224

[3] G. Goldovskij, E. Petrova, C. Poppi, La pittura russa nell’età romantica, Nuova Alfa, Bologna, 1990, pag. 35

[4] Ibidem, pag. 37

[5] Ibidem, pag. 54

[6] Sacra Bibbia, Genesi, 1-3

[7]G. Goldovskij, E. Petrova, C. Poppi, La pittura russa nell’età romantica, pag. 40

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10 risposte a “Il mare – questa è la mia vita” (PARTE 1)

  1. Inutile dire che trovo stupende tutte le rappresentazioni del mare…che per dipingere così,devi davvero sentirlo dentro…
    Serena giornata!

    • musa inquietante ha detto:

      Hai pienamente ragione.. Ajvazovskij lo sentiva infrangersi proprio sulla sua anima.. mi ricorda mio nonno, che nn era pittore ma palombaro, e provava lo stesso amore totale per il suo mare..

  2. fulvialuna1 ha detto:

    Bellissima l’idea di presentare le opere così; complimenti! Ci farai conoscere altri artisti del mare oltre Ajvazovskij? Che trovo meraviglioso; riesce veramente ad esprimere il romanticismo dell’anima accompagnato alla forza reale della natura. Ottima scelta.

    • musa inquietante ha detto:

      Grazie mille per l’attenzione e per il commento! Sì, quando concluderò Ajvazovskij ho in mente altri tre o quattro artisti, a cui d’altronde ho anche accennato nel mio post sul mare in generale… 🙂

  3. p o e s i A r t e ha detto:

    Molto interessante…la tua descrizione molto accurata evidenzia il crescente “pathos” nelle tele dell’artista russo. Si percepisce il suo coinvolgimento emotivo, al pari di una sofferenza dell’anima.

  4. Pingback: “Il mare – questa è la mia vita” (PARTE 2) | La Musa Inquietante

  5. Federico ha detto:

    Questo articolo è tutta un’ascesa fino al “fiat lux”, che nella sua potente semplicità sa essere principio e fine al momento stesso. ‘Chaos’ è una rappresentazione emozionante, l’espressione di una forza romantica che muove sia dentro sia fuori di noi. Davvero complimenti.

  6. Pingback: “Il mare – questa è la mia vita” (PARTE 3) | La Musa Inquietante

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