E cosa amerò se non ciò che è enigma?

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Qualche giorno fa, in omaggio al nome di questo blog nonché a uno degli artisti che amo maggiormente, ho visitato la mostra di De Chirico presso la Fortezza Poliziana di Montepulciano. Le opere esposte, scelte dalla fondazione Giorgio e Isa De Chirico, ripercorrono un cinquantennio della vita artistica del pittore, dagli anni Venti agli anni Settanta del Novecento, con lo scopo di analizzare il ruolo della figura umana, o pseudo tale, all’interno della sua poetica.

La mostra si dispiega dunque su due binari: da un lato i ritratti “classici”, gli autoritratti (sintomatici di un’introspezione sempre presente nel percorso evolutivo dell’artista) e la passione di De Chirico per i grandi del passato, soprattutto Rubens;

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dall’altro le opere che lo hanno reso famoso, i personaggi che lo hanno consacrato al Pantheon degli artisti immortali: manichini, statue, maschere all’interno di spazi teatrali, dal silenzio assordante e dai colori surreali. Ambientazioni e protagonisti, appunto, “metafisici”.

“In un chiaro pomeriggio d’autunno ero seduto su un banco nel mezzo di Piazza Santa Croce a Firenze. Certo non era la prima volta che vedevo questa piazza.[…] Allora ebbi la strana impressione di vedere tutto per la prima volta. E mi venne in mente la composizione del mio quadro; e ogni volta che lo guardo rivedo questo momento; tuttavia, il momento per me è un enigma, perché è inspiegabile. E anche l’opera che ne risulta mi piace definirla un enigma”.

Sebbene tutte le opere della mostra abbiano il loro fascino e la loro ragion d’essere, le mie preferite sono ovviamente proprio quelle del periodo metafisico. Prima di tutto sono riuscita a vedere dal vivo Le Muse Inquietanti, una delle immagini che porto dentro fin da bambina, quando la vidi sulla T-Shirt della mia giovane zia e mi rapì così tanto da perdermi per ore a fantasticare su quelle strane forme e sul titolo dell’opera.. Vi posso garantire che è stata una vera emozione avere di fronte proprio loro!!

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Ma in quanto a visioni suggestive avrei l’imbarazzo della scelta, mi sono letteralmente entusiasmata tra tele e sculture. Queste ultime in particolare mi hanno colpito, non pensavo che mi sarebbero piaciute così tanto, in alcuni casi ancor più delle pitture circostanti. Il Grande Metafisico ad esempio, ho perso la cognizione del tempo mentre lo osservavo, o i Manichini Coloniali… E che dire della versione scultorea delle succitate Muse? Il bello è proprio poterci girare intorno, entrare nello spazio metafisico che delineano con la loro struttura e sentirsi parte integrante di quell’universo silenzioso e senza tempo di cui i personaggi di De Chirico sono protagonisti indiscussi.

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“Se una scultura è dura non è scultura – pensava De Chirico – La scultura deve essere morbida e calda; e della pittura avrà non solo tutte le morbidezze, ma anche tutti i colori. Una bella scultura è sempre pittorica”. (Con buona pace di Michelangelo, che aveva sempre affermato il contrario, ossia che la buona pittura dovesse somigliare alla scultura!)

In Penelope e Telemaco la cosa più impressionante è stata che, sebbene manichini scolpiti, le loro figure emanavano dolcezza, come se assistessimo davvero ad uno scambio di sguardi tra madre e figlio.

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Lo stesso capita nella tela Ettore e Andromaca, sembra quasi di poter sentire l’amore in quegli oggetti inanimati. Sarà la forza del titolo, che lavora con la nostra immaginazione per donare un’anima a ciò che vediamo, per attribuire a quel che abbiamo di fronte le sensazioni della nostra esperienza personale.

Una tra le cose che adoro in questo pittore è la continuità dei suoi lavori. Le autocitazioni di opere o personaggi in quadri successivi. Mi fa sentire davvero all’interno di un mondo parallelo, che ha i suoi abitanti, le sue piazze, le sue statue e le sue regole.

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In Edipo e la Sfinge la nota curiosa è stata constatare il pentimento dell’artista, che precedentemente aveva dipinto il dito sul volto del protagonista  troppo lungo…

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Penso comunque che il senso profondo della poetica di De Chirico sia perfettamente esplicato da uno degli ultimi quadri in esposizione: Il Pittore di Cavalli. La scena è magnifica: un pittore – manichino, vestito da personaggio vagamente classicheggiante, sta riproducendo su una tela un cavallo che, criniera al vento, si staglia su un cielo terso. Si direbbe un’immagine realistica e naturalistica dell’animale, a guardar bene però il suo modello è una testa in gesso. Oltre la finestra, uno scenario senza connotazioni spazio – temporali, un delirio decadente di templi, rocchi e capitelli ionici, sospesi in un azzurrino irreale. Sul pavimento ai piedi dell’artista infine, un fazzoletto che, casualmente, con le sue pieghe riproduce le fattezze di una testa di cavallo. Una tela davvero potente, l’apoteosi non solo del metafisico ma anche del surreale.

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In conclusione, è una grande esperienza godere di De Chirico dal vivo, consiglio caldamente a chiunque possa raggiungere Montepulciano di non lasciarsi sfuggire l’occasione…

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5 risposte a E cosa amerò se non ciò che è enigma?

  1. piumino ha detto:

    Bell’articolo, complimenti! Io ho sempre amato “Gli archeologi”…

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