IL MARE NELL’ARTE ROMANTICA

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Il paesaggio guadagna nel corso del XIX secolo, grazie alla nuova concezione della natura e al genio di alcuni grandi artisti, pari dignità dei generi pittorici da sempre considerati “maggiori”. All’interno di questo mutamento un particolare soggetto, il mare, dall’essere quasi completamente ignorato nel corso della storia dell’arte, assurge al ruolo di protagonista delle tele ottocentesche, indagato sotto aspetti sempre diversi a seconda della sensibilità dell’autore e della sua poetica.

Nei secoli precedenti infatti, il mare era apparso molto di rado nelle opere pittoriche, e soltanto come fondale azzurro per scene di carattere storico, religioso e mitologico. Se escludiamo pittori come Lorrain e Poussin (che infatti resteranno punto di riferimento fisso per i paesaggisti ottocenteschi), l’elemento marino era completamente ignorato, e anche la pittura marinaresca olandese del Seicento, lo rendeva sulla tela in modo assolutamente inverosimile e decorativo, come cornice barocca per le battaglie navali.

Cosa è mutato quindi nell’Ottocento? Come mai un soggetto che non riscuoteva interesse diviene improvvisamente tra i favoriti di pittori di ogni nazione? Per tentare di svelare l’arcano dobbiamo rivolgere la nostra attenzione al clima culturale e letterario del periodo.

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Sia nella letteratura religiosa che nella narrativa, il mare ha sempre occupato un posto importante, sin dai tempi della Bibbia e di Omero. Il mare e le grandi acque sono un simbolo dell’indifferenziato flusso primordiale, della sostanza che diviene natura solo mediante l’imposizione di una forma o la sua unione con essa. Il mare è quel barbarico stato di in-distinzione e disordine da cui è emersa la civiltà e in cui è sempre possibile che essa ricada[1]. E’ un simbolo talmente poco amichevole che la prima cosa che l’autore dell’Apocalisse nota nella sua visione del nuovo cielo e della nuova terra è l’assenza del mare[2]. Quindi, benché la nave come metafora della società appaia precocemente, essa viene usata solo quando la società è in pericolo. La nave non dovrebbe mai trovarsi fuori porto.

Il viaggio per mare è sempre stato un male necessario, l’attraversamento di ciò che separa ed estrania. Né Odisseo[3] né Giasone[4] partono per amore del viaggio.

Il mare non è un buon luogo dove trovarsi, e il cercare di attraversarlo tradisce una Hybris che desta preoccupazione e sdegno.

Questa concezione negativa prosegue nel corso di tutta la storia letteraria. Probabilmente il ponte tra visione classica e romantica dell’elemento marino ci è data dalle opere di Shakespeare. Wilson Knight, nel suo Shakespearian Tempest[5], dimostra che nella maggior parte dei drammi dello scrittore ci sono due costellazioni di simboli in antitesi. Da un lato tempeste, bestie feroci, malattie e vizi, cioè il mondo del disordine; dall’altro la musica, i fiori, il matrimonio, ossia il mondo della riconciliazione e dell’ordine. Nei primi suoi drammi il mare tempestoso è puramente negativo, riflesso dei conflitti umani o delle fatali disgrazie che forniscono al male l’occasione di realizzare i propri piani. Al contrario negli ultimi drammi, come appunto La Tempesta, non solo il viaggio per mare gioca un ruolo molto più importante, ma anche diverso. Il mare diventa luogo di sofferenza purgatoriale. Attraverso la separazione e la perdita apparente i personaggi, conosciuto il disordine della passione, rinsaviscono, rendendo possibile il ritorno al mondo dell’ordine[6].

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Tuttavia c’è una differenza fondamentale tra questa visione del mare e quella ottocentesca, e cioè il mettersi in mare, il viaggiare, non viene mai intrapreso volontariamente, come se fosse un piacere. È un dolore che viene accettato come cura, una morte che conduce alla rinascita. Il cercare deliberatamente l’esilio è ancora una follia.

Le nuove note distintive dell’atteggiamento romantico sono proprio il desiderio di abbandonare la terra. Il  mare diventa la situazione reale e il viaggio la vera condizione dell’uomo.  Il mare è palcoscenico di avvenimenti decisivi, di momenti di scelta vitale, di tentazione, caduta e redenzione. E soprattutto una destinazione non è nota, e nemmeno desiderabile, così come una relazione durevole.

Esemplari risuonano le parole di Baudelaire “Ma può dirsi un viaggiatore/solo chi parte per partire: lieve/ ha il cuore a somiglianza del pallone,/non si allontana mai dal suo destino/senza saper perché dice: partiamo![7]

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Il mare traduce perfettamente quel romantico desiderio di libertà dai vincoli sociali e comunitari, quel sentimento di fuga che artisti e letterati provano e che è ben spiegato da Lord Byron in Childe Harold “L’uomo segna la terra di rovine – sulla riva finisce il suo controllo[8]” o dal capitano Nemo in Ventimila leghe sotto i mari: “ah signore, vivete, vivete nel grembo delle acque. Solo lì vi è indipendenza, lì non riconosco la voce di alcun padrone. Lì sono libero”[9]. Il mare è dunque caratterizzato dall’assenza di limiti, e se questo spaventava le genti nei secoli precedenti, nell’Ottocento romantico assume un fascino senza pari, una forza attrattiva che nessun altro elemento naturale ha in sé.

Ma l’assoluta libertà ha in sé il seme della solitudine, dell’alienazione, del disperato bisogno di Patria e compagnia. Infatti il vecchio Marinaio di Coleridge, una delle opere forse più rappresentative della letteratura marina romantica, nel momento di massima angoscia guarda con struggente desiderio luna e stelle, “solo, solo, tutto solo/ in questo vasto, vasto mare!”, e quando si pente, e la nave ricomincia a muoversi, egli è rinfrancato dal rumore delle vele, che pare “una quieta melodia”[10].

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 Ed ecco il duplice volto dell’intellettuale romantico riassunto alla perfezione dal mare.

La nuova concezione filosofico religiosa asseriva che la materia diventa anch’essa emblema o simbolo di un mondo spirituale, e, lungi da ogni distinzione razionale, tutte le cose e tutte le sensazioni appaiono animate da un unico soffio vitale e come compenetrate l’una nell’altra. La nuova visione letteraria del mare inoltre, lo vedeva protagonista e tramite di emozioni, pulsioni e conversioni umane[11]. Tutto ciò costituisce il terreno per lo sviluppo iconografico e iconologico del mare.

I paesaggisti romantici, in lotta con istituzioni, critici e pubblico, per dimostrare il valore del proprio genere pittorico, vedono in questo elemento naturale un soggetto perfetto per il proprio intento. Prima di tutto da un punto di vista contenutistico, perché il mare è l’unico elemento naturale che scatena nell’uomo una serie indefinita di sentimenti contrapposti.

Nelle calme vedute portuali comunica serenità e sicurezza, illuminato dal chiaro di luna è romantico o malinconico, in tempesta è spaventoso, terribile, ma anche affascinante, i disastri marini lasciano sgomenti, attoniti, terrorizzati. Le tempeste sul mare arrivano all’improvviso, un calmo panorama si trasforma in una scena apocalittica in pochi minuti, tanto che per i marinai, come per i pescatori, il mare è “traditore”[12].

Ma l’importanza del mare per le società europee sin dalle origini è ben nota. Il mare come fonte di sostentamento, il mare come principale via di comunicazione, di scambi commerciali e culturali, il mare come risorsa di cui non si può fare a meno. Il mare come nemico indispensabile, o come amico da cui guardarsi le spalle.

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La complessità contenutistica non è inferiore a quella stilistica. Il mare infatti è in moto perpetuo, non ha punti fissi, non ha una forma definita, nulla di solido, se non riva e scogli, non ha un preciso colore ma assume tutte le tonalità circostanti, non ha un profilo costante, nessun onda è uguale all’altra. Rendere tutto ciò su tela è una vera sfida. Una sfida che soltanto artisti convinti dell’alta dignità della pittura di paesaggio potevano raccogliere, e solamente in un periodo in cui la concezione della Natura era passata da funzionale all’uomo e meccanicistica, a mistica e vitale.


[1]W. H. Auden, Gli irati flutti, Fazi Editore, Roma, 1995, pag. 23

[2]“E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti

erano scomparsi e il mare non c’era più.

E vidi anche la città santa, la

Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per

il suo sposo”. La Bibbia, Apocalisse di Giovanni, 21, 1-3

[3] Oltre che in sen dell’ondeggiante mare

Solitari viviam, viviam divisi

Da tutto l’altro della stirpe umana.

Un misero è costui, che a queste piagge

Capitò errando, e a cui pensare or vuolsi. Omero, Odissea, libro VI, vv.276-280

[4] “Appena vide Giasone capì, e pensò per lui la fatica

d’un duro e lungo viaggio, sperando che in mare

o tra genti straniere perdesse la via del ritorno”. A. Rodio, Le Argonautiche, libro I, vv. 15-17

[5] W. Knight, Shakespearian Tempest, Originally Published, Reprinted (Third Edition] By 1960, Oxford, By 1964, Metkuen University and 1968 & Press Co. Ltd., In rggs,1953

[6] Ibidem, pag. 14

[7]

[8] G. G. Byron, Childe Harolde Pilgrimage, cit. in W. H. Auden, Gli irati flutti, pag. 15

[9] H. Melville, Moby Dick, cit. in W. H. Auden, Gli irati flutti, pag. 15

[11] A. Rigobello, dal Romanticismo al Positivismo, pag. 21

[12] Mio nonno, palombaro e amante del mare, lo ripeteva sempre.

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13 risposte a IL MARE NELL’ARTE ROMANTICA

  1. Gintoki ha detto:

    Turner!…Ce l’ho anche come copertina su fb…mi piace molto…

  2. p o e s i A r t e ha detto:

    …interessantissimo questo excursus sulle marine !!! bellissimi i quadri postati:)…il mare quale forma/significante🙂 mentre il significato/contenuto gli viene attribuito dal vivere scandito nell’evolversi del tempo🙂 Grazie di cuore …un caro saluto

  3. mokassino ha detto:

    Sdraiato a boccheggiare sul mio materassino che non tira un filo d’aria mi sento molto romantico pure io: Praticamente spremuto dalla natura matrigna e… calda. Il Mare: simbolo di immensità, libertà e solitudine se lo guardi in superficie. Simbolo del silenzio e della protezione del ritorno nell’utero materno se lo vivi sotto la superficie. C’è stato qualche pittore romantico che ha dipinto il mare ‘sotto la superficie’?

    • musa inquietante ha detto:

      Che immagini poetiche, mi sembra di sentire le cicale!!
      Non mi viene in mente nessun artista romantico che abbia dipinto i fondali marini, forse non avevano la minima idea di come fossero o forse interessava loro solo il moto catartico delle onde e il fragore sublime delle tempeste…

  4. elena ha detto:

    Bello, come tutto quello che scrivi. Complimenti e grazie!

  5. Federico ha detto:

    Adoro Turner a causa di una professoressa di letteratura inglese di cui a volte sento la mancanza umana. Se a questo aggiungiamo “The rime of the ancient mariner” con la sua potenza di versi e di immagini, non dovresti stupirti se mi sono letto l’articolo per poi rileggerne alcune parti.
    La cosa che più mi piace ritrovare leggendo qua e là i tuoi articoli è l’amore di cui sono impregnati. Ho tanto rispetto della tua passione, è affascinante riuscire a percepire queste cose anche solo attraverso dei segni virtuali. Complimenti per il blog, ti farò certamente visita prossimamente!

    • musa inquietante ha detto:

      Grazie davvero per il tuo messaggio, è fantastico riuscire a trasmettere la propria passione, non è facile e penso che sia merito anche della sensibilità di chi legge! Grazie ancora…

  6. Emanuele Marcuccio ha detto:

    Cercavo solo un’immagine che illustrasse una mia poesia e ho trovato questo interessantissimo articolo.

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