Pulire, ridipingere o rifare?Un caso paradigmatico: I MONOCROMI BIANCHI DI PINO PASCALI

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Decapitazione della scultura

Maria Grazia Castellano, come responsabile del Laboratorio di restauro della Galleria nazionale d’arte Moderna e Contemporanea di Roma, affronta in questo saggio una questione fondamentale, che da decenni divide e fa discutere nell’ambito del restauro. Come comportarsi davanti ad un’opera d’arte contemporanea?

Per analizzare questa delicata faccenda la Castellano si serve di un esempio a suo stesso dire paradigmatico, ossia le opere di un grande artista italiano, (forse il più importante artista pugliese dello scorso secolo), Pino Pascali, il cui astro, rapido quanto luminosissimo, infiamma il panorama culturale della seconda metà del Novecento.

Artista eclettico, Pascali fu scultore, scenografo, performer. Nelle sue opere riunisce le radici della cultura mediterranea (i campi, il mare, la terra e gli animali) con la dimensione ludica dell’arte: un ciclo di opere è dedicato alle armi, veri e propri giocattoli realizzati con materiali di recupero (metalli, paglia, corde) e molti suoi lavori ripropongono le icone e i feticci della cultura di massa.

La studiosa si sofferma però principalmente su un particolare periodo, quello dei monocromi bianchi, che riproducono elementi naturali e soprattutto animali.

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Dinosauro che riposa

Pascali stesso le chiamava ‘finte sculture’: sono trofei di caccia, colli di giraffa, code di delfini e balene, rettili. La tela viene tagliata e usata con una tecnica precisa come un tappezziere può preparare la struttura di un divano, i tagli sono netti e precisi, la grandezza smisurata di queste ‘finte sculture’ finisce per fare da contraltare alla propria leggerezza poiché l’interno è vuoto. Così Pascali introduce un elemento linguistico nuovo: priva la scultura di una sua precisa connotazione, il peso. I bianchi animali ricordano le sculture e i bassorilievi del romanico pugliese che l’artista ben conosceva e che il suo fervido mondo immaginario aveva rielaborato inconsciamente.

Sebbene eseguite tutte con la stessa tecnica, ossia TELA TENSIONATA SU CENTINE DI LEGNO, e in un breve arco di tempo (circa un anno), queste opere appaiono come costituite da materiali diversi, a causa dei ripetuti interventi di ridipintura che alcune di esse hanno subito nel corso del tempo.

Ad esempio la tela che compone Trofei di Caccia non è più visibile al di sotto degli spessi strati di colore che hanno trasformato la sua superficie in un materiale grinzoso, più simile a cartapesta che a tessuto.

E così anche nella Decapitazione della Scultura, che appare ormai come di gesso. Mare assomiglia oggi ad una scultura di compensato, la sua morbidezza originale si è ora trasformata in una rigidità lignea, devastata oltretutto da varie cadute di colore, come se fossero scrostature del legno.

Quindi queste finte sculture hanno perso la flessuosità e la texture del tessuto che lo stesso autore, in varie interviste, indicava come elementi fondamentali.

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Mare

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 Mare (particolare)

Analizzando la tecnica originaria, notiamo l’utilizzo di tela grezza, a volte più fine, come nel caso del Mare, a volte più consistente, come nella Ricostruzione del Dinosauro. Secondo Sargentini1, gallerista d’avanguardia, in un primo ciclo di sculture la tela era più sottile e assolutamente non trattata; successivamente ne era stata adoperata una sempre più grossa e trattata per irrigidirla e proteggerla dallo sporco con una mano di Vinavil2, a cui era stato aggiunto anche un po’ di bianco. Questa scialbatura, oltre a chiudere i pori della tela impedendo quindi allo sporco di penetrare, riduceva gli allentamenti dovuti all’umidità e copriva ditate eventualmente impresse durante il tensionamento sulle centine di legno.

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Ricostruzione del Dinosauro

Ricostruzione del Dinosauro è tra le opere mai ridipinte la cui tela spessa è stata trattata dall’artista con vinavil e bianco. Nel corso del tempo è stata sottoposta più volte a manutenzione, ad esempio pulita con una soluzione di detergente neutro in acqua e con acqua ammoniacata sulle macchie più persistenti. Invece per mascherare macchie non asportabili sono stati eseguiti ritocchi locali con pigmenti stemperati in resina acrilica. La tela in questo modo mantiene, sotto lo strato semitrasparente di vinavil e bianco, l’apparenza del materiale grezzo. Nonostante la pulitura notiamo una colorazione avorio, dovuta all’alterazione del vinavil.

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Ricostruzione del Dinosauro (particolare)

L’ingiallimento della tela, oltretutto, è presente anche in opere come Il Pellicano, mai ridipinte né soggette a pulitura.

Qui sorge la fondamentale domanda: è opportuno ridipingere per restituire il colore originale? A lungo andare la ridipintura compromette il fondamentale valore della texture dell’opera, falsificandola irrimediabilmente.

Bisogna scegliere cosa perdere e cosa preservare, e sicuramente risulta più facile immaginare che il colore fosse più bianco, piuttosto che sopperire alla perduta flessuosità e trama al di sotto di spessi strati di colore, che fanno inoltre perdere le tracce della lavorazione volutamente lasciate dall’autore a testimonianza dei gesti compiuti durante la creazione dell’opera. Quindi l’alterazione naturale del colore, il TEMPO PITTORE3, deve essere accettata così come si accetta per l’arte antica, perché è il segno della storicizzazione dell’opera stessa. Semmai si possono usare degli accorgimenti espositivi per dissimulare questo ingiallimento, puntando sulle luci e sul tono delle pareti.

Un’altra annosa questione riguarda il rifacimento delle opere, e proprio lo stesso Pascali ci offre spunti di riflessione parecchio interessanti.

Molto scalpore destò il tentativo di Sargentini di ripristinare colore e texture dell’opera Decapitazione delle giraffe, ritensionando una nuova tela sulle centine di legno originali. Egli, pensando che fossero le centine a dare la forma all’opera, era convinto che la tela si potesse ritensionare in un solo modo. Come risultato la sua Decapitazione dopo numerosi interventi di manutenzione, fu rifatta da un artista capace.

Però è proprio la capacità manuale specifica di ogni artista a sancire la differenza tra un’opera autentica e un falso, perché se così non fosse moltissime opere potrebbero essere rifatte.

Questo discorso non vale però in linea generale. Nella produzione di questo stesso artista vi sono infatti opere per cui è ipotizzabile la sostituzione di pezzi. Ad esempio Trappola, assemblata a partire da pezzi prodotti industrialmente, oppure Canali di Irrigazione, le cui vasche sono semplici contenitori in lamiera di ferro commissionati ad un fabbro. Il vero materiale su cui l’artista lavora è l’acqua.

L’esempio forse più emblematico è 32 metri quadri di Mare circa, le cui vasche sono riempite con acqua colorata in gradazioni di blu di metilene. Una vera e propria opera virtuale, allestita su progetto dell’artista. La texture dell’opera è l’acqua, che si altera se l’esposizione si protrae per tempi troppo lunghi, per cui per non falsificarla è necessario un periodico rifacimento.

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32 metri quadri di Mare circa

In conclusione i criteri di restauro per opere di arte contemporanea possono variare anche all’interno dello stesso artista. Ciascuna opera deve essere analizzata nella sua struttura concettuale e formale, composta quest’ultima da PLASTICA DELL’OGGETTO, TEXTURE DELLA SUPERFICIE E COLORE.

Spesso, a causa della comune idea di “effimero” dell’arte contemporanea, queste opere sono spesso trattate con noncuranza, conservate in luoghi e modi non idonei e affidate per i restauri a personale non specialistico. Sarebbe quindi auspicabile un maggior impegno di PREVENZIONE e la formazione di restauratori professionalmente preparati ad affrontare le diverse problematiche che spesso presenta l’arte contemporanea.

1Fabio Sargentini: È conosciuto come gallerista d’avanguardia e direttore della storica Galleria L’Attico di Roma, fondata nel novembre 1957, al fianco del padre Bruno, e che nel 2007 ha compiuto cinquant’anni di attività.

Come gallerista ha avuto un ruolo molto importante nel panorama artistico italiano e per artisti noti come Pino Pascali, Jannis Kounellis, Gino De Dominicis e si è adoperato per superare lo steccato tra le arti: dalla sua galleria sono infatti passati non solo la pittura e la scultura contemporanea, ma il teatro, la musica e la danza.

2 L’acetato di vinile o vinil acetato è l’estere vinilico dell’acido acetico.

A temperatura ambiente è un liquido incolore, infiammabile, dall’odore dolciastro. Data la facilità con cui può polimerizzare, viene generalmente conservato per aggiunta di stabilizzanti.

Il suo polimero, noto semplicemente come acetato, è un materiale perfettamente trasparente, utilizzato spesso in fogli sottili come supporto per disegni, da riprodurre tramite procedimento fotochimico.
Attualmente sono disponibili altri supporti di composizione diversa ma con la stessa funzione e ultimamente sono disponibili particolari pellicole trasparenti utilizzabili anche con stampanti a getto di inchiostro, mentre l’ a c etato è utilizzabile solo con vernici a base non acquosa.

 3Con Tempo Pittore si identifica quel processo per cui l’opera d’arte nel momento in cui esce dallo studio dell’artista inizia la sua vita nel mondo e allo stesso tempo inizia il suo degrado. Prima di giungere al momento del degrado vero e proprio, vi è la fase di ASSESTAMENTO DEI MATERIALI, che nel caso più emblematico della pittura riguarda la fluidificazione dei colori; l’ingiallimento delle vernici (alcune più di altre, ad esempio l’olio di lino di altera più dell’olio di noce); il ritiro del colore.

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