Alfabeto Artistico: GIAPPONE (parte 2)

Kimono  “cosa da indossare”

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In origine il termine “kimono” veniva usato per ogni tipo di abito; in seguito è passato ad indicare specificamente l’abito lungo portato ancor oggi da persone di entrambi i sessi e di tutte le età.

È una veste a forma di T, dalle linee dritte, che arriva fino alle caviglie, con colletto e maniche lunghe. Le maniche solitamente sono molto ampie all’altezza dei polsi, fino a mezzo metro. Tradizionalmente, le donne nubili indossano kimono con maniche estremamente lunghe che arrivano fin quasi a terra, chiamato furisode. La veste è avvolta attorno al corpo, sempre con il lembo sinistro sopra quello destro (tranne che ai funerali dove avviene il contrario), e fissato da un’ampia cintura (obi) annodata, davanti o dietro, in diverse fogge a seconda dell’occasione e di chi lo indossa.

Il kimono viene generalmente abbinato a delle calzature tradizionali giapponesi, specialmente ai sandali geta e zori (simili alle infradito) e a dei calzini che dividono l’alluce dalle altre dita chiamati tabi.

Al kimono si adatta naturalmente l’acconciatura, che quindi si evolse parallelamente. Da essa si può dedurre l’epoca o la classe sociale: capelli lunghi corvini fino a terra erano tipici delle donne di classe aristocratica dell’epoca Heian (794-1185), mentre le donne delle classi più basse li portavano legati per maggior praticità. I samurai portavano i capelli legati alti sulla testa e addirittura si rasavano davanti quando andavano in battaglia. Nel periodo Edo (1603-1853) nacquero le acconciature femminili più seducenti.

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 In quest’opera di Kikugawa Eizan, databile XIX secolo, notiamo come lo stile pomposo e ricco dell’acconciatura e del kimono siano indice dell’appartenenza ad un rango elevato. L’acconciatura è vistosa e decorata con numerosi spilloni. Solo una lunga ciocca di capelli è lasciata cadere sensualmente sul kimono esterno. L’ingombrante obi è legato sul davanti, come usavano le cortigiane e le donne dei quartieri di piacere, per poterlo slacciare più facilmente. Sopra più strati di veste, uno splendido uchikake, il kimono esterno più formale, con un motivo di sole nascente e volo di corvi, è lasciato cadere indietro a strascico.

Makimono

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Il rotolo dipinto è un supporto artistico sconosciuto in Occidente, dove l’arte è nata per essere esibita come arredamento o mezzo di comunicazione, con la funzione di dare prestigio, abbellire, istruire, commemorare, ricordare. Il modo corretto di leggere un rotolo consiste nello svolgerlo, lentamente, verso sinistra, avendo cura di riavvolgere man mano la parte già vista con la mano destra, scoprendo così ciò che vi è raffigurato a poco a poco come se stessimo leggendo un libro, come se viaggiassimo anche noi all’interno di quel mondo.

Le differenze con la pittura occidentale non si trovano solo nella spiritualità dei soggetti, nel supporto e nei materiali utilizzati, nel verso in cui bisogna dirigere lo sguardo, nell’assenza di mimesi e nello spirito con cui ci si accinge a comporre e fruire dell’opera: esistono anche altre convenzioni che dobbiamo conoscere per poter apprezzare l’arte orientale.

La più evidente è la mancanza di prospettiva: forse a causa della visione totale che il Buddhismo ha della natura, non esiste la costruzione dello spazio mediante gabbia prospettica. La sensazione di profondità è assicurata semplicemente dalle dimensioni, dalle sfumature di inchiostro e dalla suddivisione dello spazio in tre piani: primo, secondo e sfondo. Il punto di vista non è mai unico ma sempre molteplice, cosicché dovunque ci si trovi a guardare non si incontrano incongruenze. Questo potere di ubiquità è concesso allo sguardo dall’assenza di ombre e dall’utilizzo di una prospettiva non lineare ma aerea, grazie alla quale chi osserva possiede tutte e tre le distanze: profonda, elevata e piatta. La prima è quella di quando lo spettatore si trova su un’altura ed ha una visuale panoramica dall’alto verso il basso; la seconda è quella contraria, quando chi guarda si trova in basso e guarda verso l’alto; la distanza piatta infine è quella sullo stesso piano, quando nulla arresta la visuale, che può estendersi liberamente all’infinito.

Questa prospettiva decentrata, eccentrica, lascia all’autore grande libertà di composizione, consentendo anche ad esempio di porre l’accento su un angolo di paesaggio per lasciare così al vuoto la possibilità di occupare il resto dello spazio e concedere allo spettatore ampio respiro e posto per l’immaginazione. L’importanza del vuoto è un’altra delle convenzioni tipiche dell’arte orientale cui uno spettatore occidentale fatica ad abituarsi: esso è presente nella mente e nel corpo del pittore, nel pennello, nella carta, nell’inchiostro ed in ogni singola cosa raffigurata poiché tutto ciò che esiste è necessariamente vuoto, incompiuto, indefinibile, inafferrabile, vivo. Ogni volta che ci troviamo davanti a spazi vuoti dobbiamo pensare che essi in realtà sono percorsi da forze invisibili fondamentali che consentono il movimento e la trasformazione, e che quindi sono da prendere in considerazione almeno tanto quanto gli spazi dipinti.

Nō

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Forma di teatro sorta in Giappone nel XIV secolo che presuppone una cultura abbastanza elevata per essere compreso, a differenza del kabuki che ne rappresenta la sua volgarizzazione. È caratterizzato dalla lentezza, da una grazia spartana e dall’uso di maschere caratteristiche.

Il Nō rappresenta davvero la cultura giapponese di ricercare la bellezza nella sottigliezza e nella formalità.

La scena è molto semplice e ridotta anch’essa all’essenziale. Il palcoscenico è completamente vuoto a parte il “kagami-ita”, un dipinto di un pino, realizzato su un pannello di legno, posto sul fondo del palco. Ci sono molte spiegazioni possibili per la scelta di questo albero, ma una tra le più comuni è che simboleggia il mezzo con cui le divinità scendevano sulla terra, secondo il rituale shintoista. In contrasto con il palco completamente disadorno, i costumi sono estremamente ricchi: molti attori sono vestiti con abiti di broccato o di seta.

Il canto nel teatro Nō sfrutta una scala tonale limitata e presenta lunghi passaggi ripetitivi. La chiarezza e la melodia non rappresentano l’obiettivo del canto nel teatro Nō benché i testi siano poetici e le strofe riprendano pesantemente il tipico ritmo giapponese. Il canto del Nō nonostante sia povero di espressioni risulta pregno di allusioni. La musica Nō e il kakegoe (lo strano suono gutturale delle voci dei percussionisti) sono state ricalcate dai rituali sciamanici. I tamburi sono tradizionalmente strumenti giapponesi per indurre la trance, il flauto è uno strumento per evocare la discesa degli spiriti, e i kakegoe sono parte dell’invito agli dei a manifestarsi.

La maschera toglie ogni possibilità di esprimersi con la mimica facciale. Però la grande abilità degli attori produce quasi espressività della maschera anche grazie al fatto che quest’ultima è scolpita in modo tale che a seconda dell’orientamento e della diversa incidenza della luce si producano mutamenti espressivi. Poiché i buchi posti all’altezza degli occhi sono di ridottissime dimensioni, per aumentare ulteriormente l’espressività, gli attori hanno a disposizione una visuale limitatissima e si servono quindi di punti fissi per orientarsi e di percorsi predeterminati. Tutte le maschere del teatro Nō hanno un nome.

Di solito solo l’attore principale porta la maschera. Può comunque accadere che in alcuni casi anche altri possano indossare una maschera, in particolare i personaggi femminili. Le maschere Nō sono di solito ritratti di personaggi femminili o non umani (divinità, demoni o animali), ci sono comunque anche maschere rappresentanti ragazzi o vecchi. Gli attori senza maschera hanno sempre un ruolo di uomini adulti di venti, trenta o quarant’anni. Anche il comprimario non indossa maschere.

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Okyo

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Maruyama Okyo incarna un particolare tipo di pittura presente nel Giappone del XVIII secolo, che inglobava le caratteristiche della pittura occidentale provenienti da Nagasaki, il porto principale da cui entravano, attraverso gli scambi commerciali, libri e manuali cinesi e occidentali. L’elemento che principalmente attrasse l’attenzione fu proprio quello che gli impressionisti cercheranno di eliminare attraverso l’acquisizione delle stampe ukiyoe (immagini del mondo fluttuante), e cioè la prospettiva.

Fu fondamentale in tal senso la serie di stampe prospettiche di paesaggi cinesi e giapponesi di Maruyama, destinate ad essere visionate attraverso un dispositivo ottico che le rendeva tridimensionali. Okyo introdusse inoltre l’analisi realistica della natura e delle persone.

Osservando il piumaggio della coppia di pavoni possiamo ammirare la straordinaria minuzia di particolari e di colori. Sono distinguibili le piume di tutto il corpo, disegnate con sottilissimi tratti neri affiancati da più spesse pennellate di colore.

Anche il pino dipinto sul paravento orizzontale è estremamente realistico, nella resa della neve e dei rami a vista, nonché di ogni ago di pino, disegnato attraverso piccole e affilate pennellate nere. Il punto di vista ravvicinato è reso dalla linea della terra molto alta, più chiara rispetto al fondo dorato che accorcia il tronco. Il brillio sfumato reso con polvere d’oro ricrea il riverbero del sole sulla neve.

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Shichifukujin “ sette dei della fortuna ”

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Sono divinità legate al culto popolare soprattutto  alla scaramanzia. Tra i temi più cari alla tradizione, sono spesso ritratti tutti insieme sulla “barca del tesoro”, simbolo di abbondanza e fortuna. L’espressione fuku in cinese e in giapponese in particolar modo denota la nozione di lunga vita, salute, benessere, amore della virtù e morte dopo una veneranda età, desideri che vengono denominati i “cinque fuku” o “cinque felicità”.

Ebisu è particolarmente legato alla pesca e alla coltura del riso, ma anche alla casa, ed è rappresentato con un pagello sotto il braccio sinistro e una canna da pesca. Daikoku proviene dalla Cina ma le sue origini sono indiane. Divinità delle messi e della buona fortuna è rappresentato in piedi o seduto su due balle di riso, con un martello nella mano destra e un sacco colmo di ricchezze sulla spalla sinistra. Bishamonten si identifica con la divinità buddhista della virtù ed è rappresentato con un’armatura (a volte cinese) con una pagoda e una lancia in mano. Benten è l’unica divinità di sesso femminile, protettrice di arti, letteratura, scienze, di solito ritratta con il biwa. Fukorokuju, ha un’enorme testa protuberante e la barba bianca, ed è dio della felicità e della saggezza. In mano porta un bastone di comando e il rotolo della saggezza. Jurojin, anch’egli con barba bianca ma identificato da un copricapo da studioso, dona longevità e felicità, ed è a volte accompagnato da un cervo, suo messaggero.  Hotei spesso è identificato con il monaco zen cinese Budai, rappresentato mentre ride con un grande ombelico simbolo di benevolenza.

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Toba Sojo 

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Monaco, artista e studioso a cavallo tra XI e XII secolo, la sua opera è tra i più antichi antenati dell’odierno Manga, nota forma di fumetto giapponese. Si tratta di quattro rotoli con protagonisti animali umanizzati, una grandiosa opera di satira ottenuta con veloci tratti di inchiostro nero senza aggiunta di colore né di testo di accompagnamento. In queste rappresentazioni gli animali piangono, sghignazzano, fumano e applaudono, suonano o pregano davanti ad un altare dove una scimmia è assisa come un Buddha.

Questa pittura divertente, umoristica (giga) sembra circolasse comunemente in quel periodo soprattutto in ambiente religioso.

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Questa scena rappresenta una cerimonia religiosa: sull’altare vi è una rana nella famosa posizione del Loto, come una statua del Buddha, con l’aureola di foglie di banano. Davanti a lei una scimmia nei panni di un sacerdote conduce il rito, avendo come assistenti una lepre e una volpe che leggono i sutra.

Ukiyoe “immagini del mondo fluttuante”

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Un genere di stampa artistica giapponese su blocchi di legno, prodotta tra il XVII e il XX secolo, che raffigura in genere paesaggi, soggetti teatrali e quartieri di piacere.

Ukiyo, che significa “mondo fluttuante”, si riferisce alla cultura giovane e impetuosa che fiorì nelle città di Edo (oggi Tokyo), Osaka e Kyōto, che rappresentavano una realtà a parte. La parola è anche un’allusione scherzosa al termine omofono “mondo della sofferenza”, il ciclo continuo di morte e rinascita che i Buddhisti cercavano di evitare. All’inizio, si utilizzava soltanto inchiostro cinese, in seguito alcune stampe vennero colorate a mano con dei pennelli, ma nel XVIII secolo Suzuki Harunobu sviluppò la tecnica della stampa policromatica.

Gli Ukiyo-e non erano costosi perché erano prodotti in massa ed erano pensati principalmente per gli abitanti della città che non potevano permettersi dei veri dipinti. Alle origini, il soggetto principale degli Ukiyo-e era la vita della città, in particolare le attività e le scene dei quartieri dei divertimenti: belle cortigiane, grossi lottatori di sumo e attori famosi erano ritratti mentre svolgevano il loro lavoro. In seguito divennero popolari anche i paesaggi, mentre non apparvero quasi mai soggetti politici e di altre classi sociali all’infuori di quelle più basse (composte appunto da cortigiane, lottatori di sumo e attori). Il sesso non era un vero e proprio tema a sé, anche se comparve spesso in queste stampe. Gli artisti e gli editori erano talvolta sottoposti a sanzioni per queste stampe sessualmente esplicite, dette shunga.

L’artista creava un disegno originale in inchiostro, poi un artigiano lo incollava a faccia in giù su un blocco di legno, incidendo le parti in cui la carta era bianca, perciò lasciando il disegno in evidenza (in modo simile ad un altorilievo), sul blocco, ma distruggendo l’originale.

Il blocco veniva inchiostrato e stampato, producendo copie quasi uguali del disegno originale.

Queste stampe venivano a loro volta incollate a faccia in giù su blocchi di legno e le aree che dovevano essere di un particolare colore venivano lasciate in rilievo. Ognuno di questi blocchi stampava almeno un colore della stampa finale.

La serie di blocchi di legno veniva inchiostrata in diversi colori, che successivamente venivano impressi su carta. La stampa finale porta l’impressione di ognuno dei blocchi, alcuni stampati più di una volta per dare profondità al colore.

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Yamata no Orochi  “serpente di Yamata”

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Mostro appartenente alla mitologia shintoista giapponese. Descritto come drago o serpente avente otto teste e otto code, con gli occhi rossi come ciliegie invernali. Il suo ventre era sempre coperto di sangue e di fiamme e sul suo dorso crescevano hikage (muschi), hinoki (cipressi giapponesi) e sugi (cedri giapponesi). Secondo la leggenda Orochi dominava la regione di Izumo, in Giappone, dove chiedeva in sacrificio delle vergini in cambio della promessa di non devastare i terreni. Dopo essere stato esiliato dal paradiso, Susanoo, dio del mare e delle tempeste, giunse nella regione dominata da Orochi dove incontrò tre persone disperate: due genitori ed una giovane ragazza. I due anziani gli riferirono che la ragazza, Kushinada, era la loro figlia e la prossima predestinata al sacrificio alla malvagia creatura.
Sempre la leggenda descrive la grande bellezza e gentilezza della giovane Kushinada, qualità evidenti a tal punto che Susanoo non poté far a meno di innamorarsene. Così, il dio ordinò che fossero raccolti otto barili di sake, da disporre di fronte alla casa dove vivevano i tre, quindi trasformò Kushinada in un pettine, che usò per acconciarsi i capelli, quindi si nascose in una vicina foresta. Quando Yamata no Orochi giunse di fronte alla casa di Kushinada, trovò gli otto barili di sake e non poté far a meno di ubriacarsi, finché ogni testa cadde addormentata. Solo quando tutte le teste del mostro scivolarono in un sonno profondo, Susanoo abbandonò il suo nascondiglio e le recise, uccidendo il drago leggendario.
Un’altra versione della leggenda racconta, invece, di come Orochi fosse sì ubriaco, ma non addormentato all’arrivo di Susanoo. Ne seguì, quindi, un combattimento che durò per ore, deciso alla fine solo dalla stanchezza e dalla mancanza di lucidità del mostro, che ne decretarono la sconfitta.
Dopo aver tagliato tutte otto le teste di Yamata no Orochi, Susanoo cominciò a tagliargli anche le otto code. Sempre secondo il mito, riuscì a tagliare senza difficoltà le prime sette ma, quando giunse all’ottava e maggiore di esse, la sua spada impattò contro qualcosa di molto resistente. Fu così che Susanoo trovò la leggendaria spada Ama no Murakumo (in seguito chiamata Kusanagi no tsurugi).

Zenga

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Pittura zen che si sviluppò a partire dal 1600 come forma di aiuto e supporto alla meditazione dei monaci, un vero e proprio esercizio spirituale. Essenzialmente monocroma, questa pittura ritrae maestri zen del passato, esempi da seguire per i monaci. In un certo senso ciò compensava la mancanza di icone sacre come oggetti di culto. Moltissime erano le calligrafie, importantissime come esercizio spirituale, sia perché le pennellate dovevano essere tracciate dalla mente e dalla mano come se fossero un tutt’uno, ma anche per il loro significato: haiku o dogmi (koan) abbinati ad una veloce illustrazione creavano un effetto ironico e stridente, oppure un unico segno cinese intorno cui si sviluppava la meditazione (mu –il vuoto-, shi –la morte-, shin –la verità-…). Alcuni soggetti coglievano anche particolari della natura, come insetti, o steli d’erba, oppure oggetti quotidiani legati a particolari riti, come quello del tè

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In questa illustrazione di Gibon (XVIII secolo) la didascalia è un breve gioco di parole “se l’uomo diviene un Buddha praticando lo zazen…” e allude alla postura della rana, che riprende in tutto e per tutto quella della meditazione.

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Questa immagine di Ekaku (XVIII secolo) rappresenta dei ciechi su un ponte e fa riferimento a una bellissima parabola. Un uomo privo di discernimento, non risvegliato, che lotta contro le avversità senza accettarle né conoscerle, è paragonato ad un cieco che a tentoni cerca di attraversare un ponte. La relativa calligrafia recita “sia la vita interiore sia il mondo fluttuante intorno a noi sono come ciechi che vagano su un ponte. Una mente che possa andare oltre è una guida migliore”.

 

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